martedì 14 marzo 2023
Le parole sono importanti. Le parole danno forma al pensiero e non viceversa. Cambia le parole e modificherai il modo di pensare, e quindi di vivere, delle persone. Non è roba da intellettuali, è vita quotidiana. Deve saperlo – e se non lo sapesse, si aggiorni – il sindaco di Bologna Matteo Lepore. Come racconta “Libero” (11/3), ha deciso di sostituire nella toponomastica cittadina la parola «patriota» con la parola «partigiano». L’interpretazione che ne dà Corrado Ocone è ideologica, quando scrive di «guerra civile culturale che la sinistra ha dichiarata unilateralmente alla destra». Evidente è il tentativo, questo sì ideologico, di creare un’assonanza tra “guerra partigiana” che sarebbe stata in realtà “guerra civile”. Ma la questione va molto al di là di una rissa da cortile tra ultrà di destra e di sinistra. Il problema è linguistico, ossia culturale in senso lato. Lo dice alla sua maniera Massimo Gramellini (“Corriere”, 11/3), che non nasconde il sospetto che l’atto del sindaco abbia «un provocatorio significato politico», e conclude: «Da oltre settant’anni si cerca di affermare il principio che l’azione dei partigiani non era a favore di una parte, ma dell’Italia intera. La scelta di sganciare la Resistenza dal patriottismo rischia di offrire una strepitosa arma polemica a chi continua a negare la verità di questa ricostruzione storica». Patriota e resistente partigiano, per moltissimi, sono serenamente sinonimi. L’operazione bolognese sembra, perciò, obbedire alla ben nota sindrome della sinistra denunciata in tempi remoti da Nanni Moretti: «Continuiamo a farci del male». La sensazione è che nel retropensiero di sindaco e giunta persista la sciocca identificazione tra patriottismo e nazionalismo, che in realtà sono cose opposte: il patriottismo è sempre pro e il patriota ama e sostiene tutte le patrie; il nazionalista – e il sovranista, che ne è l’epigono – è sempre contro, nell’errata convinzione che il sostegno alla propria patria comporti la negazione delle patrie altrui, viste come nemiche. Ci vorrebbe un linguista come Giovanni Gobber che su “Domani” (11/3) firma un saggio critico – apparso sulla rivista dell’Università Cattolica “Vita e Pensiero” – dal titolo «Il potere della lingua si snoda tra verità e menzogna», dove a un certo punto leggiamo: «Anche nella lingua, la moda è il motore del cambiamento». Nel bene e nel male, temiamo. © riproduzione riservata
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