Non ha morale la favola del formico Briciola
mercoledì 30 novembre 2016
Il più celebre favolista rimane Esopo (621-564 a.C.), ma prima di lui c'era stato Esiodo (sec. VIII-VII a.C.), che Quintiliano considerava «il primo favolista», mentre sarà Fedro (20 a.C.-51 d.C.) a dare dignità letteraria latina alle favole di animali parlanti. Poi verrà Lafontaine (1621-1696), e ancora Perrault (1628-1703) e, nell'Ottocento, i fratelli Grimm (Jacob 1785-1863; Wilhelm 1786-1859), Hans Christian Andersen (1805-1875) via via fino al più astratto Gianni Rodari (1920-1980).
La stessa favola è spesso raccontata con poche variazioni da diversi autori (Fedro si rifà esplicitamente a Esopo) e racconti come La volpe e l'uva, Il lupo e l'agnello, La volpe e la maschera teatrale (Fedro farà dire alla volpe che scoprì il vuoto dietro la bella maschera: «O quanta species cerebrum non habet», «Oh quanta bellezza, ma non ha cervello»), sono entrate nell'immaginario e nei dizionari dei proverbi.
Perché far parlare gli animali, utilizzando quella figura retorica che, tecnicamente, si chiama «prosopopea»? Perché ai bambini piace sentire la volpe, il cane, l'orso, l'usignolo, la gallina, che ragionano come i grandi, e sono più disposti ad accettare «la morale della favola» che non ad ascoltare paternali e maternali. Già, perché le favole hanno sempre una morale che vorrebbe aiutare la formazione della coscienza dei bambini.
Singolare favolista si rivela Marco Stracquadaini con Briciola (Le Note Blu, pp. 180, s.i.p.), che racconta gli incontri e i ragionamenti di una formica – Briciola, appunto –, della sua amicizia con un afide, dei dialoghi non solo con colleghi insetti, ma anche con il leone, l'elefante, la giraffa che forse non esiste. Questione preliminare: Briciola è una formica maschio, quindi bisogna dire "il formica", "un formica", oppure "il formico", come adesso si dice "la sindaca", "la ministra"? La discussione è aperta. Per ora, considero Briciola un formico.
Il bello delle favole di Stracquadaini è che non hanno la morale: non che siano immorali, tutt'altro, ma rinunciano alla figura retorica della «sermocinazione», cioè a introdurre pensieri o conclusioni edificanti, strumentalizzando i dialoghi per fini moralistici. Colpisce, in questo piccolo-grande mondo, lo straordinario candore delle relazioni, la spontaneità con cui ci si accorge di aver sbagliato, la prontezza a perdonare uno sgarbo, la voglia costante di ricominciare.
Questi simpatici animali cantano canzoni di Ligabue e di Shakira, fanno gare di atletica, con Briciola che si atteggia a giudice. Anche con consigli pratici: «Le canzoni amate dalle femmine tendono al non ritmico, spesso, cioè al melodico. Esse amano particolarmente la dolcezza, forse. Quanto però alla dolcezza maschile, o in generale, bisogna fare un po' di attenzione. I sentimenti morbidi, per così dire, come la tenerezza, la compassione e la dolcezza appunto, senza una certa forza non si tengono in piedi. Perciò se, mettiamo, dovete dire a una femmina: "Quanto sei bella, io quando sto senza di te sto peggio di quando sto con te, quando ti penso mi pare di, ecc. ecc.", dovreste dirlo con un tono impassibile e una gelida espressione di faccia. Per bilanciare». Capito come la sanno lunga, questi insetti?
Un'altra peculiarità è che l'autore si diverte a raccontare, o meglio non può fare a meno di raccontare, per cui non si rassegna a dover finire il libro. Non c'è un epilogo, dunque: ci sono cinque Appendici che riprendono alcuni temi e commentano qualche passaggio importante, prima della Nota in cui si citano le fonti, fra le quali un posto di rilievo è per il Volario del compianto Alfredo Cattabiani. E non si possono passare sotto silenzio le delicate illustrazioni di Franco Kela, che hanno la grazia di acquerelli giapponesi, insieme all'ironia sottintesa di Folon. In copertina, un pertinentissimo dipinto di Ada Di Foglio.
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