Neri, il poeta che ha scritto in prosa
mercoledì 30 aprile 2008
I diamanti non si valutano a chili, e il nettare non si mesce a boccali. Un piccolo libro di poeta è prezioso anche quando il vero poeta scrive in prosa, e semplicemente Prose si intitola la nuova raccolta di Giampiero Neri (LietoColle, Foloppio 2008, pagine 76, euro 13), a cura di Victoria Surliuga che di Neri è la transatlantica Sibilla. Tra Torino e la Texas Tech University di Lubbock, infatti, la giovane poetessa e studiosa ha già dedicato al poeta la corposa monografia Uno sguardo sulla realtà (Joker, 2005).
Tutto il Neri poeta sta nell'Oscar Mondadori dello scorso anno, Poesie - 1960-2005, inclusivo delle principali raccolte: L'aspetto occidentale del vestito (strepitoso titolo del 1976), Teatro Naturale (1998), e le recenti Armi e mestieri (2005). Neri scrive relativamente poco, imparentato in ciò con i grandi poeti, compreso Dino Campana sui sotterranei rapporti col quale ci sarebbe parecchio da dire.
Vari i temi e i toni delle brevi prose racchiuse nel nuovo piccolo libro: elzeviri narrativi, dichiarazioni di poetica, autocommenti. E sempre con cauta prudenza, come di chi sa di poter sbagliare. Fra i colleghi sceglie nomi eccentrici, decentrati: Paolo Universo, Nanni Cagnone, Remo Pagnanelli.
Interessante il rapporto agrodolce col fratello, lo scrittore Giuseppe Pontiggia (all'anagrafe Giampiero Neri fa Giampietro Pontiggia: scelse lo pseudonimo quando, sui trent'anni, incominciò a scrivere dopo dieci anni di lavoro in banca. Il fratello, di sette anni più giovane, era già noto. Neri è del 1927). Nel breve ricordo del fratello, pronunciato nel Convegno dedicato a Giuseppe Pontiggia nel 2004, a un anno dalla morte, Neri non nasconde «la frattura che non si sarebbe più ricomposta del tutto» dopo la morte della madre, avvenuta nel 1984. Altrove ricordato come «straordinario donatore» di un'edizione originale del Canti orfici (1914), il fratello era stato da Neri soprannominato «saltatore di ostacoli»: «Gli ostacoli peraltro non finivano mai. In parte se li creava lui stesso, ponendosi dei traguardi difficili da conseguire. Metteva in quello che faceva qualcosa di eccessivo». E tuttavia, «il mio ricordo va comunque ben oltre queste poche righe. Penso che, se avesse potuto leggerle, mi avrebbe fatto notare che ho cominciato con una negazione».
C'è molto di Neri in questa sincerità: la sua è una poesia (e una prosa, anche), evenemenziale, poiché affida il senso del non detto a piccoli particolari emblematici, a situazioni minime che però incidono sulla vita, come il silenzio, nel ritorno dalla Passeggiata alla Torretta, anche dopo che il padre si era vistosamente ferito a un dito mentre tagliava un limone. Davvero il ricordo «va comunque ben oltre queste poche righe».
Fra le indicazioni di poetica, significativa la «sovrapposizione di Storia e Natura», nonché l'ambiguità della parola come «mimetismo» (per difendersi e per aggredire). E importante il ruolo degli animali nella poesia di Neri: «Sono spesso ricorso a figure di animali, nostri compagni di viaggio. Costretti come sono ad agire allo scoperto, gli animali permettono a chi li studia una osservazione realistica. In una simile prospettiva gli attori sulla scena appaiono mossi da una oscura volontà che li trascende. Recitano fedelmente la loro parte ma, come diceva delle api un celebre naturalista, quello che appare di più meraviglioso è che nessuno di loro "sa quello che fa"». Lo sa, tuttavia, il poeta, perché, come diceva il compianto Elio Fiore, «la poesia è il dito puntato di Dio».
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