Nei nazionalismi il punto di rottura del Vecchio continente


Roberto Righetto giovedì 14 settembre 2017
Prendiamo un abitante di Lione del IV secolo che si mette in viaggio: dove si sente a casa sua? A Roma certamente, ma anche a Cadice e Cartagine, Atene e Costantinopoli, fino ad Antiochia e Alessandria; ma se attraversa il Reno o il Danubio si trova in pericolo. Cosa succede a un abitante di Lione del IX secolo? Tutto è cambiato: Cartagine è in rovina ed è in mano agli arabi, così come Alessandria e Cadice, che fa parte del califfato di Cordova; Atene e Costantinopoli e perfino la più vicina Ravenna appartengono al mondo bizantino che parla greco e la cui cultura differisce moltissimo dalla sua. Ma se si reca a Magdeburgo sull'Elba, a Wurtzburg sul Meno, a Erfurt o Munster non è più spaesato. In poche parole si trova in Europa. Questo raccontino è contenuto in un volume prezioso per capire la nascita della nostra cultura: Europa. Storia di una civiltà (Donzelli), uscito nel 1999 e che raccoglie il corso di lezioni tenute al Collège de France negli anni 1944-45 da uno degli storici più autorevoli del '900, Lucien Febvre.
«L'Europa sorge quando l'Impero romano crolla»: a partire da questa formula dell'amico Marc Bloch, che Febvre fa propria, si sviluppa un percorso che va dall'Antichità alla metà del secolo scorso e che vede al centro l'Impero carolingio, vera prefigurazione dell'Europa. Idea e realtà del nostro continente emergono assai lentamente attraverso tre "tradimenti": «È stato necessario che l'Oriente si separasse dall'Occidente, e soprattutto che il Maghreb si staccasse dalla Romània; e d'altra parte è stato necessario che una parte dell'Impero si aprisse, si consegnasse ai Germani. Dunque, si perde a Sud e si guadagna a Nord». È l'Impero carolingio a porre le basi del nostro statuto storico: un Impero romano di nome, latino di lingua (almeno a livello ufficiale), cristiano di religione; un Impero fatto della somma di elementi mediterranei e di elementi nordici. Come ci ha rivelato Pirenne, il Mediterraneo, che non rappresentava per l'Impero romano «un confine ma un centro, una tavola di comunione, l'elemento aggregante per antonomasia», era ormai in mano agli Arabi ed è stata pertanto l'integrazione del mondo considerato barbaro a determinare la vicenda dell'Europa
Se l'Impero romano aveva il proprio collante nello Stato e nelle sue regole, per quello carolingio il centro è la cristianità, per secoli una realtà e una formazione unitaria, una sorta di super-Stato, che mantiene unita l'Europa anche dopo la decomposizione dell'Impero carolingio e la nascita delle nazioni: ancora una volta, come dopo il crollo dell'Impero romano, «per non morire, quel terreno che la politica non offre, la civiltà lo domanda alla religione». Una religione che secondo Febvre ha plasmato e riplasmato le menti e i cuori degli occidentali, attraverso movimenti come Cluny e figure straordinarie come san Francesco, capace di continue riforme religiose, etiche ed estetiche, fino al momento della frattura dell'Illuminismo. Nelle sue lezioni, sempre brillanti e dal taglio addirittura poetico, egli analizza le faglie che hanno prodotto mutamenti decisivi nell'anima dell'Europa e ne vede il punto di rottura nei nazionalismi, «il naufragio della nave delle illusioni europee» che portò ai due terribili conflitti mondiali. Febvre tiene le sue lezioni quando il secondo è ancora in corso e ha dovuto assistere alla morte di Marc Bloch, fucilato dai tedeschi nel 1944, mentre un suo allievo, il grande storico Fernand Braudel, era prigioniero in Germania ove scriveva il suo libro fondamentale sul Mediterraneo.
Di qui anche la sua disillusione sulla possibilità di una nuova unione del Vecchio Continente, per la quale si sarebbe dovuta ricreare «quella grande repubblica degli uomini di scienza e di meditazione» che ne aveva segnato lo sviluppo. Per contrasto, «ciascuna parte d'Europa ha dietro di sé una terribile storia contro. Perciò l'idea di un "conquistatore", di un dominatore che sottometta tutto l'Universo con un colpo di bacchetta magica, è una idea vana. E, bisogna aggiungere, un'idea sanguinaria». L'incubo della dittatura nazista è troppo vicino secondo Febvre per guardare con eccessivo ottimismo alla rinascita dell'Europa.
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