venerdì 21 gennaio 2011
Mercoledì sera sei milioni di italiani hanno seguito in tivù il derby Roma-Lazio e, in piccola parte, perché a pagamento, Inter-Cesena. Segnalo il dato accompagnandolo con un applauso: sono contento da calciofilo, perdippiù addetto ai lavori, che due partite di pallone abbiano catturato l'attenzione della maggioranza dei telespettatori distraendola in buona parte dalle tonnellate di monnezza che metaforicamente si sono trasferite dai marciapiedi napoletani ai marciapiedi televisivi, questi ormai percorsi da una popolazione equivoca che ha preso possesso anche dei telegiornali cancellando ogni possibile zona di protezione. So di meritarmi la qualifica di qualunquista, anche se in termini calcistici son di segno contrario, ovvero un difensivista acerrimo, nemico di coloro che con sublime incompetenza invitano abitualmente ad attaccare, attaccare, attaccare, esponendosi alla classica e meritata punizione del contropiede. Il qualunquismo di cui posso essere accusato è invece quell'atteggiamento (divenuto anche partito politico) promosso da Guglielmo Giannini, giornalista, scrittore, regista, commediografo e cinematografaro ma soprattutto gran borghese che al grido "non rompeteci più le scatole" spinse milioni di italiani a rifiutare, prima e dopo la seconda guerra mondiale, il peggio offerto dai governi d'allora ai cittadini. Non so se amasse il calcio, quel distinto signore con la caramella all'occhio, ma certo quel mondo non gli era estraneo se è vero che una sua figlia sposò il calciatore più popolare di quel tempo, il romanissimo Fulvio Bernardini. Di coltivare questo qualunquismo sono stato accusato anche in passato, quando ho esaltato l'azzurro italico che, prima nel Settanta a Città del Messico eppoi nell'Ottantadue in Spagna, con due indimenticabili vittorie sulla Germania aveva risvegliato l'amor patrio degli italiani già idealmente pigri e riportato nelle case e negli stadi il tricolore e l'Inno d'Italia col patrocinio di Sandro Pertini e Azeglio Ciampi, due Presidenti perbene. E non ho mai smesso di "peccare", di amare il qualunquistico gioco del pallone, fors'anche perché allievo in gioventù di quel campione di santo che fu Giovanni Bosco, alla faccia di quegli intellettuali che han sempre guardato con disprezzo il Grande Gioco definito anche male sociale del Bel Paese. I mali del fu Bel Paese sono ben rispecchiati e coltivati dal più importante dei media - la televisione - che ormai produce pornocultura quotidiana nei settori politici e informativi anche se i Grandi Critici continuano a colpire con disprezzo la cultura "minore" del pallone. E anche se intorno al derby di Roma s'accendono focolai di violenza e nella partita di San Siro fra Inter e Cesena riappare l'ingiusta sudditanza psicologica, lasciate che sia il calcio a dominare "qualunquemente" le classifiche degli ascolti televisivi: il cretinismo nazionale - come scriveva il geniale dottor Manlio Cipolla, già pedatore (interista) di successo, poi nutrizionista e filosofo alla mano - dilaga altrove.
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