venerdì 15 gennaio 2021
Nel 1964, al festival del cinema di Venezia, vidi il film danese Gertrud di Carl Theodor Dreyer con attenzione estrema, intuendo che quel film voleva parlare anche a noi spettatori del tempo, e in particolare a quelli più giovani. Di cui mi sentivo parte ma ai quali pretendevo, da critico "piacentino", di dover insegnare qualcosa. Dreyer avrebbe tenuto di più a girare la sua sceneggiatura sulla vita di Gesù (bellissima, che uscì da Einaudi e che qualche editore coraggioso dovrebbe ripubblicare), ma non riuscì a realizzarla, e fu allora che Pasolini, partendo da quella mancanza, propose la sua, di vita del Cristo, che vidi, se la memoria non mi tradisce, per la prima volta proprio nello stesso festival. Il '68 era ancora lontano, ma la rivolta era già esplosa in tante parti del mondo, dall'Africa all'America latina agli Stati Uniti al Giappone... e io mi sentii (giovanilmente, e molto stupidamente) autorizzato in nome di quelle a criticare tutti e due quei grandi film, il secondo perché era in chiave terzomondista mentre, dicevo, la rivoluzione noi italiani la dobbiamo fare in Italia, non contro l'arretratezza delle società contadine e coloniali ma contro il neocapitalismo, e insieme alla classe operaia! Di Pasolini ogni tanto si sentire ancora parlare ma di Dreyer no, nonostante la recente riproposta della Cue del testo teatrale di Kaj Munk da cui fu tratto Ordet. La parola, dalla Cue ribattezzato Il verbo. Grazie a rari film, tutti dei capolavori, Dreyer si è imposto come uno dei grandi artisti del Novecento, e di certo non solo nella storia del cinema. Ha girato pochissimi film, il capolavoro del muto su Giovanna d'Arco, in Francia, seguito da Il vampiro, esplorazione della presenza del male nella società, in ogni società; in patria nel 1943 sotto l'occupazione nazista, il sublime Dies irae; e più tardi Ordet, di provocatoria religiosità. Dreyer, figlio di contadini, era stato poi adottato da una famiglia di convinti luterani, e la sua idea e la sua pratica della religione furono diverse da quelle cattoliche, furono insomma più ardue ed esigenti. È forse per questo che, almeno in Italia, è così dimenticato? (Sarebbe interessante sapere cosa penserebbe papa Francesco dei suoi film!). La nostra televisione è da tempo un caotico rottame, ma la scuola? Così piena di insegnanti pieni di sé, ma talvolta eroici? E le cineteche? E gli editori (vedi l'assenza del suo Gesù)? E i melensi critici e gli arroganti prof che della storia del cinema si sono fatti un mestiere? Di Gertrud, l'ultimo capolavoro dreyeriano, scrissi presuntuosamente che era un gran film però di un vecchio, e che bisognava seppellire i morti e guardare avanti, all'azione... Era l'austera storia, scritta per il teatro da Hjalmar Soderberg, di una donna che non ha trovato quel che cercava in tre diverse vanità maschili. Gertrud confessa a un amico che, ormai entrambi vecchi, è venuto a trovarla, di non essere stata mai davvero felice, nella sua ricerca di un amore vero. «Son forse bella? No, ma ho amato. Son forse giovane? No, ma ho amato. Son forse viva? No, ma ho amato», ella dice, e vuole che sulla sua tomba venga incisa la più breve e assoluta delle sentenze, "Amor Omnia".
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