sabato 14 ottobre 2017
«Mi faccia causa» è una delle espressioni più ricorrenti e caratterizzanti nello sviluppo dei rapporti umani in Italia. Non è un caso. Il pluri-decennale malfunzionamento della giustizia (civile e amministrativa in particolare), la sua lentezza e la sua cronica incapacità di rispondere alle istanze dei cittadini si sono consolidate a tal punto nella coscienza collettiva, da diventare un luogo comune in Italia e nel mondo. A causa del quale chi ha subito un torto si sente più vulnerabile, e chi arriva dall'estero per realizzare un investimento meno tutelato.
In apparenza, le classifiche internazionali confermano la saggezza popolare. L'Italia resta oggi il vagone di coda del mondo avanzato a causa dell'estrema lunghezza dei procedimenti e dell'eccessivo tempo necessario per il recupero di un credito. Eppure, nel silenzio, qualcosa si sta muovendo.
Nei giorni scorsi, ad esempio, il Senato ha dato il via libera definitivo alla riforma del diritto fallimentare, attesa da decenni in quanto l'attuale normativa (che si fonda su un Regio decreto del 1942) fotografa un'altra era geologica del mondo delle imprese. Ma ciò che più interessa al cittadino sono i primi risultati - finalmente visibili nella vita quotidiana - delle riforme realizzate negli ultimi anni, alle quali il ministro Orlando ha dato notevole impulso. Il tragico trend della "giustizia che non riesce a giudicare" le ragioni e i torti si è invertito: a partire dal 2010, la durata effettiva dei processi in Italia diminuisce costantemente anno dopo anno. Se la tendenza sarà confermata anche nei prossimi, tra il 2018 e il 2020 le durate dei processi in Italia, Francia e Spagna saranno sostanzialmente allineate. In forte e costante riduzione negli ultimi anni è anche il carico dei processi pendenti, il cosiddetto "arretrato": anche in questo caso stiamo gradualmente rientrando nella media dei Paesi europei.
Sono progressi incoraggianti e che consentono di iniziare a sfatare qualche falso mito. Sapendo che, tuttavia, in Italia esiste ancora una domanda di giustizia eccessiva (frutto di una "cultura del ricorso strumentale" dura a morire) che supera la capacità di reazione delle Procure e dei Tribunali, che il 60% dei reati si prescrive ancora nella fase dell'indagine e che il reato è uno strumento troppo utilizzato dal legislatore, anche quando si potrebbe più efficacemente punire un comportamento illecito con una sanzione amministrativa. Ma la buona notizia merita di essere rimarcata: la "grande rimonta" della macchina della giustizia italiana è iniziata.
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