sabato 3 agosto 2013
Il ghetto di Varsavia fu creato dai nazisti nel 1940 e fu svuotato per tre quarti, con destinazione il campo di sterminio di Treblinka, nell'estate del 1942. In quei due anni, fra la morte, l'attesa della morte, la fame e le malattie, il ghetto fu vivo. I bambini morivano nelle strade, ma i teatri e i cabaret funzionavano. C'erano biblioteche, si leggeva, mentre il grande pedagogista Janus Korczak insegnava ai suoi piccoli orfani a recitare la morte perché ne avessero meno paura quando sarebbe inevitabilmente arrivata. Ma che cosa leggevano gli ebrei chiusi nel ghetto di Varsavia e negli altri ghetti? Che traccia abbiamo delle loro letture? Uno dei libri più letti, ci dicono le testimonianze, era il romanzo di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dagh, pubblicato nel 1933, che descriveva lo sterminio armeno del 1915. Chi lo leggeva nei ghetti nazisti era ben consapevole di leggerlo con tanta passione perché vi ritrovava la sua storia e il suo destino, di leggere cioè del genocidio degli armeni pensando al genocidio che si stava compiendo sugli ebrei. Forse, c'era anche una piccola speranza, perché la storia dei villaggi armeni in rivolta contro i turchi aveva un lieto fine: i protagonisti erano messi in salvo da una nave francese. Niente salvò gli ebrei chiusi nei ghetti.
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