venerdì 30 settembre 2016
Nezanet aveva dodici anni e due occhi grandi pieni di paura. Che ti guardavano muti, chiedendoti: «Perché?». L'avevano deposta sul ventre, a braccia spalancate, come una croce. Distesa su una branda, che per ombra aveva la fronda di una acacia spinosa, nella calda valle di Orota. Una landa sperduta in qualche parte dell'Eritrea, che nascondeva ospedali e fabbriche organizzati dalla guerriglia anti-etiope, mimetizzati tra le montagne per sfuggire ai bombardamenti.Nezanet, le braccia tenute rigide dalle bendature, di tanto in tanto poteva sbattere solo le esili gambe per scacciare le mosche moleste. Era nuda, Nezanet, solo in parte fasciata da bende immacolate che ogni giorno, dopo che si erano ingiallite di unguenti, dovevano venire sostituite. La carne viva aveva bisogno di respirare, di essere rinfrescata dal dolore che bruciava ancora, nonostante la polvere della savana e gli insetti molesti che ci volteggiavano dintorno. Il suo giovane corpo di bambina, dalla schiena fin quasi ai talloni, era seriamente ustionato, del 25 per cento, e i suoi occhi continuavano a roteare per guardarti più intensamente e sperare che tu fossi giunto in quel luogo, da lontano, per poterle alleviare il dolore che la faceva tremare.Un bombardamento aereo, condotto con bombe al napalm, da aerei Mig etiopici – ci venne raccontato dai medici – l'aveva sorpresa mentre usciva di casa per correre incontro a un fratello combattente, che tornava dal fronte per una breve licenza. Nezanet era bruciata a Massaua, città affacciata sulle candide spiagge del Mar Rosso. Ma era anche stata fortunata, perché quel giorno morirono in tanti sotto le bombe al napalm e a frammentazione che straziano il corpo in maniera orrenda.Nezanet, con quei suoi occhi imploranti, non era altro che una «qualsiasi» vittima di guerra, dove oltre alle armi cosiddette convenzionali e dunque autorizzate a uccidere, venivano impiegati, impunemente, anche ordigni vietati dai trattati internazionali. Il nome di quella ragazza, che oggi, se viva e chissà dove, dovrebbe avere 38 anni, in eritreo era il simbolo stesso della vita: Libertà.Kim Phuc aveva 9 anni, quando, suo malgrado, nel 1972 divenne l'urlo della guerra in Vietnam. Un jet da combattimento sud-vietnamita sganciò ordigni al napalm sul suo villaggio, Trang Bang. La fuga della bambina, senza più abiti disintegrati dal fuoco, mentre gridava «Brucia, brucia», venne immortalata in una foto in bianco e nero. L'immagine di Kim Phuc che correva nuda, a braccia spalancate come una croce vivente, terribilmente ustionata nella carne, insieme agli altri bambini terrorizzati, fece il giro del mondo e quel conflitto conobbe l'indignazione dell'opinione pubblica e la più rapida conclusione.Quel giorno di molti anni fa, nella savana eritrea dove solo le iene erano felici, Nezanet, restò sola con la sua sofferenza. Andammo via con gli occhi bassi, ma non troppo per incrociare lo sguardo di un anziano che aveva la sua storia da raccontare. Di una figlia, 15 anni, cui i medici di Orota avevano dovuto amputare le gambe: «Sono vecchio, ma andrò a combattere – disse l'anziano –. Mènghistu si è preso troppe figlie, come la mia bambina». L'uomo che comandava di bombardare la provincia, allora, Eritrea di Etiopia, era il suo capo di stato militare Mènghistu Hailè Mariàm, detto il Negus rosso. Quest'uomo, con sulle spalle una condanna a morte per i crimini perpetrati durante il suo regime, oggi vive tranquillo, e anziano, nell'esilio dorato di una grande villa in Zimbabwe.Yemen e Siria, oggi l'urlo è loro. Uomini e donne, come Nezanet, ogni giorno ci gridano «Perché?». E nessuno sta ad ascoltare, mentre lo schianto dal cielo di barili-bomba riempiti apposta con chiodi e bulloni per massacrare la carne, o bombe al fosforo, gas nervini e altre schifezze di ordigni, fanno strage. E tutto, è così strano, sembra normale.
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