Le quattro stagioni nei racconti di Bruno Nacci
mercoledì 30 marzo 2022
Una performance di dismisura quella di Bruno Nacci che ha scritto 365 racconti brevi, tutti della stessa dimensione, pubblicandoli in quattro volumi, una stagione per ciascuno. È uscito il primo, Congedo delle stagioni. Primavera (Ronzani, pagine 192, euro 15,00); nei prossimi tre anni seguiranno Estate, Autunno, Inverno. Ogni racconto occupa due pagine, senza un punto a capo. Una narrazione compatta, dunque, col pregio della brevità. La suddivisione stagionale non interferisce nella tematica, nel senso che i racconti di Primavera non riguardano i fiori di rosa, fiori di pesco che stanno soltanto nella bella illustrazione di Elisa Casarotto in copertina: gli argomenti sono i più vari, talché si può immaginare che i racconti di Primavera andrebbero benissimo anche in Estate, in Autunno o in Inverno; la stagionalità, insomma, è meramente funzionale perché se i 365 racconti fossero pubblicati tutti insieme ne sarebbe uscito un volume ingombrante di 768 pagine; meglio dividerli in quattro, dunque, proprio come le stagioni. Per dare un'idea dell'eclettismo tematico di Nacci e del suo modo di scrivere, in Primavera troviamo un maestro elementare alla vigilia della pensione che finalmente vede stampate su una prestigiosa rivista le ventisei pagine di una sua ricerca filologica per dimostrare come la lingua etrusca, contrariamente a quello che si crede, era un dialetto greco: «fu il giorno più bello della sua vita, e anche se avesse saputo che da lì a sei mesi, poco prima delle vacanze natalizie, la stessa rivista avrebbe ospitato un lungo e sarcastico saggio di uno dei più grandi specialisti della lingua etrusca, con cui le sue argomentazioni venivano spietatamente confutate e messe in ridicolo, avrebbe accettato serenamente quello che poi accadde, quando lo trovarono impiccato allo stipite della porta di cucina con ai piedi un paio di scarpe lucide, appena comprate». Dei novanta racconti di Primavera ce ne sono di divertenti, di sarcastici, di pensosi, di sorprendenti, di teologici, ma ho scelto di trascrivere il finale di Puntigli perché esemplifica perfettamente il modo che Nacci ha di raccontare: parte da divagazioni filologiche e per poi concentrarsi sulla psicologia del personaggio, precipitando in un finale del tutto inatteso, fino al particolare di quelle «scarpe lucide appena comprate» che è come la griffe del vero scrittore. Uno scrittore che, come Max diciannovenne tennista che certamente sarebbe diventato prima categoria entro la fine dell'anno, è rimasto colpito da un'idea apparsa con una chiarezza «da far impallidire tutte le altre e, se mai gli fosse riuscito di esprimerla, l'avrebbe definita così: tutto, ma proprio tutto, prima o poi sarebbe finito, scomparso per sempre senza lasciare traccia». Max non giocherà mai più al tennis. Novanta racconti che validano la frase di Kierkegaard in esergo: «Una storia breve ha talvolta la misteriosa caratteristica d'essere, nonostante tutta la sua brevità, più lunga della storia più lunga».
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