giovedì 7 dicembre 2017
Abbiamo trattato, nell'articolo precedente, lo studio della storia, la quale, in quanto maestra di vita, insegna agli allievi più avveduti le vicende dei nostri predecessori, e attraverso esse propone esempi talvolta da imitare talaltra da evitare. Parleremo adesso, nuovamente, dell'esempio degli antichi, e particolarmente delle opere eterne dei pittori e scultori più illustri, che a nostra opinione sarebbero di maggior giovamento se non rimanessero confinate all'interno dei musei, ma fossero invece sotto gli occhi di tutti i cittadini, collocate nelle piazze e negli edifici pubblici. Per quale ragione vogliamo preservare con tanta cura le opere d'arte piuttosto che goderne ogni giorno? Diciamoci la verità: perché diffidiamo fortemente dei nuovi artisti, né crediamo che questi siano in grado di realizzare colle loro mani delle opere così magnifiche e pregevoli, come quelle cui si dava vita un tempo. Anzi, gli stessi artisti non hanno fiducia nelle proprie capacità, dal momento che preferiscono opporsi all'esempio degli antichi piuttosto che imitarlo. Gli artisti d'un tempo, al contrario, non vollero scindere il proprio ingegno personale dalle opere concepite da chi li aveva preceduti: da esse, infatti, non soltanto ricavavano gli elementi atti a ideare qualcosa di nuovo, ma anche – come appare chiaro nelle parole d'Isocrate, che ci esorta a far lo stesso con la morale, e quindi con l'intero stato – guardavano ai propri predecessori allo scopo di generare qualcosa di più grande, quasi fossero in competizione con loro, ben lontani, tuttavia, da quegli assurdi e irriverenti propositi che oggi sembrano pullulare dappertutto. Ecco la ragione per cui alcune opere – come leggiamo nel filosofo di Cheronea –, per quanto recenti, possono nascere “classiche” sin dall'inizio. Perché infatti la pittura, la scultura e l'architettura dovrebbero starci tanto a cuore? V'invito, cari lettori, ad ascoltare le eloquenti parole di Plutarco, il quale, nella Vita di Pericle dimostra l'enorme rilevanza che tali arti hanno nella società umana: afferma infatti che lo stesso Pericle, illustre comandante ateniese, istruiva il popolo con spettacoli artistici; da notare, inoltre, che il popolo non correva nessun pericolo, dato che gli stessi reggitori dello stato s'occupavano delle arti. Si chiederà, però, questo come potesse accadere senza arrecar danno al libero giudizio; ma quando viene concessa a poeti e artisti la libertà di trattare certi argomenti con sagacia e non con insolenza, nessuno in verità può costringere la mente umana a partorir qualcosa di già precostituito; forse che Sofocle obbediva supinamente a Pericle? Forse Euripide non ha osato effondere versi contro gli avvenimenti di Mileto? Anzi, Terenzio istruiva colla sua intelligenza, contro le opinioni di Catone, moltitudini di romani. Molti secoli dopo, anche il Molière, famoso commediografo francese, si scagliò contro i folli costumi dell'epoca e la vanagloria dei superbi; con l'equilibrata bellezza delle sue statue, il Canova ispirava la magnanimità negli uomini; nel ventesimo secolo furono numerosi coloro che, dipingendo opere magnifiche, giudicarono in maniera positiva o negativa le gesta degli antichi e gli eventi attuali, portando i propri giudizi dinanzi agli occhi di tutti, nelle pareti degli edifici dove si sarebbero trovati i ministri o le autorità. Come dunque meravigliarsi che i nostri artisti, scindendo completamente le proprie opere dalle antiche, ci propongano spesso nient'altro se non sterili mostruosità?
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