giovedì 20 settembre 2007
Posso simpatizzare con le sofferenze degli altri, ma non coi loro piaceri. V'è qualcosa di singolarmente noioso nella felicità di un altro.
S'era preoccupato in un suo romanzo, Il mondo nuovo (1932), di prefigurare la futura società tecnologica, scandendo gli anni non più con un «dopo Cristo», bensì con un «dopo Ford», il magnate dell'industria dei motori. Lo scrittore inglese Aldous Huxley ci ha lasciato nei suoi scritti molte considerazioni simili ad aforismi: è il caso di quello che ho scovato oggi in
una sua opera minore intitolata Limbo. Ciò che egli osserva a proposito della felicità altrui è un dato facilmente sperimentabile. Anzi, se vogliamo calcarne i colori e gli esiti, potremmo dire che è piuttosto spontaneo stare vicino a un amico che sta soffrendo, facendolo piangere sulla nostra spalla; ben più arduo è stare in platea ad applaudire l'amico sulla ribalta del successo.
C'è, infatti, il tarlo della gelosia che subito s'insinua oppure il disinteresse, dato che si considera l'uomo felice come autosufficiente. Ma al di là di questo caso limite, dobbiamo riconoscere che la gioia di un altro non riesce a incidere nella nostra anima in modo così netto e forte come nel caso della sua sofferenza. C'è, infatti, in chi è allegro una sorta di distacco, di sottile superiorità, di probabile indipendenza da non richiedere condivisione. Anzi, chi va bene nella vita può diventare anche egoista. È per questo che c'è una lezione per tutti noi nel tempo del successo: forse staremo bene, ma dobbiamo essere attenti perché proprio allora c'è il rischio di perdere qualcosa di prezioso come l'amicizia o l'affetto vero.
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