Il «vivogioco» batte qualunque videogioco
domenica 12 luglio 2020
La parolina di oggi è vivogioco. Descrive un gioco ed è essa stessa un gioco di parole e, come deve accadere per i neologismi, nasce da un gioco, anzi, da un gruppo di giochi, in cerca di un nome. Come spiega questa storia vera e recente.
Da poche settimane i bambini milanesi possono finalmente uscire di casa e stare insieme. Per loro non è cosa superflua, ma necessaria. È molto, molto difficile crescere senza appassire stando a lungo da soli o in compagnia di adulti. A Milano, e altrove, si organizzano i campus, con animatori professionisti regolarmente retribuiti. Immaginiamo la scena. Una grande città del nord, un grande parco nella zona nord, una cascina che è anche una biblioteca che è anche una cooperativa; immaginate alberi, prati e animali, luce, sole e ombra. Bellissimo. Gli animatori sono esperti e attrezzati. Hanno preparato tante attività, da svolgere anche con ciò che offre il giardino, perfino pennelli fatti di foglie... Tutto professionale e niente di lasciato al caso.
Ma. Ma i giochi non sarebbero tali se a un certo punto, un punto deciso da loro e non da noi, zampillassero da soli in meravigliosa anarchia, inattesi e insospettati. Un giorno un bambino, il cui sguardo non sta mai fermo, esclama: "Un quadrifoglio!". È fatta, parte la caccia al quadrifoglio. Ne saltano fuori due, dieci, venti. Un gioco di tal fatta dura quanto pare a lui e la caccia al quadrifoglio pare non finire mai perché mai i bambini ne sembrano sazi. Quel giorno tornano a casa con mazzolini di quadrifogli, raccontando a genitori e nonni la grande, avventurosa, epica impresa della caccia al quadrifoglio. Tra 30 anni la racconteranno ai loro figli. Tra 60 ai nipoti.
È nato un vivogioco. La contrapposizione garbatamente polemica con il videogioco è resa palese dalla felice assonanza. Sono due parole, e due giochi, quasi uguali nel suono eppure assai diversi nei fatti. Il videogioco ha bisogno del video. Dell'energia elettrica. Di un supporto. Di un software. Soprattutto, ha bisogno di soldi. C'è qualcosa di male? No, basta essere consapevoli che di questo si tratta: un gioco pienamente inserito in un logica di mercato, che esige un esborso in denaro e smuove il Pil. Ne siamo tutti contenti. Il vivogioco invece non ha bisogno di alcun supporto, se non l'occhio acuto del bambino esploratore. All'energia si può provvedere con una buona merenda. Il denaro non vortica e il Pil tace, a meno che un bambino, aspirante Paperon de' Paperoni, non allestisca un banchetto e spacci i quadrifogli ai passanti.
Il vivogioco non ha bisogno di nulla. Si gioca da soli e, meglio, in compagnia. Sfugge completamente al mercato e per questo è un'attività - sorridete pure - destabilizzante. Il mercato infatti tende a ficcare il naso ovunque, in ogni aspetto della nostra vita: di noi adulti e dei nostri bambini. Ogni desiderio suscitato o solo incoraggiato dal mercato dev'essere legato a un esborso di denaro. Perché la crescita, e con essa la felicità, pare sempre debba essere poco o tanto connessa al denaro.
Un vivogioco invece è anarchico e destabilizzante perché non ha nulla a che fare con il denaro. Stiamo "demonizzando" videogiochi e denaro? Quale enorme sciocchezza: no! Desideriamo solo liberarci della loro dittatura, offrire e praticare alternative, affermare il valore dei beni immateriali. Consapevoli di un fatto: i vivogiochi esistono da migliaia di anni ed esisteranno tra migliaia di anni; i videogiochi, come ogni bene sfornato dal mercato, vanno consumati, ossia usati e dimenticati, divenendo presto giochi morti. Invece la caccia al quadrifoglio è un gioco vivo e lo sarà sempre, finché esisteranno bambini e quadrifogli.
© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI