Il dilemma siriano nella notte morale dell’umanità
sabato 31 agosto 2013
   Sottomarino classe Trafalgar a propulsione nucleare, in grado di affondare unità subacquee avversarie; Aquila d’attacco, il nome del bombardiere che ha partecipato a tutte le più recenti guerre americane ora in dotazione a Israele e Arabia Saudita; aereo E4B dotato di sofisticati apparati elettronici in grado di coordinare le unità aeronavali e di funzionare da centro di comando in volo. Infine il Tomahawk, missile da crociera capace di raggiungere una velocità di 880 km/h e di percorrere tra i 1.300 e i 2.400 km. Al momento, pare ce ne siano ventiquattro su ognuna delle quattro navi Usa stanziate nel Mediterraneo. E basta così per dare a noi, che abitiamo lo stesso mare, una pallida idea di cosa potrebbe essere un conflitto combattuto nei Paesi di fronte alle nostre spiagge. Parlare, discutere prima di sparare: facile dirlo, ma chi avrà il coraggio di iniziare un discorso politico con coloro che hanno usato armi chimiche contro le quali non c’è difesa? E chi realmente le ha usate, quando ancora i referti non possono indicare con certezza gli autori di tale crimini contro l’umanità? Gli uomini di potere, i liberi parlamenti hanno davanti a loro un problema morale immenso. D’altra parte come non piangere guardando le foto di migliaia di bambini in fuga dalle fiamme, dalla guerra e dalla morte? Come fermare questo orrore, questa processione di innocenti dai piedi scalzi, gli occhi di pianto? Con altre bombe, con altre fiamme? E dove e quando si fermerà l’incendio se il vento della vendetta soffierà più forte della comprensione, della pazienza, della verifica? I nostri quotidiani hanno mantenuto un atteggiamento di serietà non pubblicando certe foto impossibili a guardare che ci fanno meditare su cosa sia rimasto di selvaggio nell’animo dell’uomo. Quanto infine ci portiamo dietro dell’ira antica, dell’invidia, del bisogno di sopraffazione che tante volte chiamiamo bestiale, mentre gli animali uccidono solo per necessità e per fame? Noi, raramente, uccidiamo solo per difesa. Il soldato che ha usato il lanciafiamme, che ha lanciato il gas nervino cosa pensava? Non sapeva che aveva davanti a sé uomini, donne e bambini uguali a quelli che erano al sicuro dietro sé? In chi è forzato, dal momento o dal caso, a usare le armi, qualcosa di imprevedibile viene a confondere e cancellare ogni sentimento di pietà e di giustizia. Quella Primavera araba che ci aveva illuso con il suo vento che aveva spazzato via i dittatori sembrava dovesse suonare, anche per i Paesi vicini, il canto della libertà. Ma aveva sollevato tale polvere da non far vedere che sotto non c’era né la capacità, né una struttura efficace per la pace. La storia si ripete anche a distanza di secoli: cicerone nel De amicitia scrive: «In un certo tempo si fa con simulazione la corte ai tiranni, ma se cadono allora si capisce quanto fossero poveri di amici!». Così i Paesi occidentali hanno approfittato del potere dei dittatori d’Africa per interessi economici e ora si meravigliano se quello che è rimasto sono fazioni una contro l’altra che potrebbero scatenare una nuova devastante guerra. Quale avvenire avranno le migliaia di bambini in fuga dal fuoco acceso dai fratelli, dagli amici, dai vicini? Per loro ti preghiamo, Signore.
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