sabato 4 febbraio 2017

«Il capitalismo è una religione puramente cultuale, la più estrema forse che mai si sia data. Tutto, in esso, ha significato soltanto in rapporto immediato con il culto; non conosce nessuna particolare dogmatica, nessuna teologia». Walter Benjamin, Il capitalismo come religione

Il capitalismo dei secoli XIX e XX è stato animato da uno spirito ebraico-cristiano, spirito di lavoro, di fatica, di produzione. Ma non capiamo più lo spirito del nostro capitalismo se continuiamo a cercarlo all’interno del cristianesimo o della Bibbia. La società di mercato negli ultimi anni assomiglia sempre più a una religione, ma i tratti che sta assumendo l’avvicinano alle città mediorientali di tremila anni fa, o a quelle greche e romane di alcuni secoli successivi. Ai loro spazi pubblici occupati da molte statue, da templi, steli, altari, edicole sacre, e ai loro spazi privati riempiti di amuleti, penati, e da una enorme produzione di idoli domestici. E ai loro molti sacrifici, attorno ai quali erano ordinate la vita, le feste, la morte. L’umanesimo ebraico-cristiano è stato, soprattutto, un tentativo di svuotare il mondo dagli idoli e liberarlo dai sacrifici, un tentativo solo in parte riuscito, perché è sempre stata troppo forte negli uomini la tendenza a costruire idoli per adorarli.

I profeti, e la tradizione sapienziale (Qohelet), e poi Gesù, hanno operato una rivoluzione religiosa straordinaria anche per la loro radicale lotta anti-idolatrica. Hanno cercato di eliminare gli idoli dai templi e dalle chiese, e creare così un ambiente libero dalle cose dove si potesse ascoltare la voce libera e liberata dello spirito, la sua «sottile voce di silenzio». Il cristianesimo, poi, ha superato per sempre l’antica logica sacrificale, perché al sacrificio degli uomini offerti a Dio ha sostituito il sacrificio-dono di Dio offerto agli uomini, instaurando l’era della gratuità. Ma oggi, dopo duemila anni, il capitalismo, combattendo prima la gratuità e poi cercando di metterla a reddito, sta reintroducendo nel proprio culto arcaiche pratiche sacrificali.

La cultura sacrificale del capitalismo la possiamo intravvedere ovunque. Pensiamo, ad esempio, alla recente spettacolarizzazione del cibo e del cucinare in tv e nei media. Nelle varie culture il mangiare era una pratica fondamentale, sempre comunitaria, cuore delle relazioni familiari, dei rapporti di amicizia, ed espressione massima di solidarietà. Si mangiava insieme perché il cibo è la prima risorsa, quella decisiva delle comunità, e quindi deve essere condivisa, "costruita" socialmente, non lasciata al gioco naturale della forza e del potere dei singoli individui. Il cibo è il primo linguaggio della fraternità, che tramite l’istituzione universale dell’ospitalità si apre anche a chi bussa alla porta. Per questo il luogo del mangiare era la casa, l’intimità della tenda. La preparazione del cibo era faccenda privata, in genere affidata alle donne, che erano le produttrici dei pasti, che trasformavano i prodotti scarsi della terra in convivialità e i beni in beni relazionali. La fiducia nella persona che cucinava era la prima parola del discorso sul cibo. La credenza non conservava soltanto gli alimenti, custodiva anche la fiducia e il credere nelle relazioni primarie della casa.

In pubblico, nella piazza, si mangiava invece in occasione delle feste, che nel mondo pre-cristiano erano associate ai sacrifici di animali offerti alla divinità. Gli animali offerti venivano poi cotti, cucinati e mangiati insieme in pubblico. La civiltà cristiana ha trasformato quelle antiche feste, e per superare l’arcaica logica sacrificale ha scoraggiato il cucinare, il mangiare e il bere in pubblico. Nelle feste cristiane in pubblico si ballava, si cantava, si giocava, si facevano le processioni, e soprattutto si celebrava l’eucaristia: la buona (eu) gratuità (charis), in un’altra cena, un altro pane, un altro vino. Ma si mangiava a casa, e la preparazione dei cibi restava cosa privata e femminile. La grande spettacolarizzazione che stanno conoscendo il cibo e il cucinare ci sta riportando indietro alla cultura dei sacrifici, ai banchetti sacri agli idoli, al cucinare in piazza. Per capire l’autentica invasione di cuochi e di pasti non è infatti sufficiente ricorrere ai soli aspetti sociologici (dover reimparare a cucinare, o la domanda di salute): occorre scoprire la loro natura religiosa e sacrificale. Gli idoli mangiano sempre, non sono mai sazi.

In questi nuovi riti, celebrati da sacerdoti maschi, il cibo perde interamente la sua natura intima e familiare. La sua solidarietà e la sua condivisione sono totalmente cancellate, per lasciare al loro posto la concorrenza, la gara. Le buone parole di casa diventano insulti, al pane che cade per terra non si dà un bacio, ma fa eco un urlo, il cucinare non è più circondato dalle parole buone e familiari della commensalità: è tutto e soltanto gioco, spettacolo, business. E dimentichiamo e rinneghiamo la regola base della prima educazione che per millenni le mamme hanno trasmesso ai loro figli: "Con il cibo non si gioca", perché è una cosa troppo seria, la cosa più seria di tutte, sacra. Invece questo nuovo-arcaico sacrificio del cibo non rende sacro niente e nessuno, e ci fa riprecipitare in un mondo popolato di are e di vittime: panem et circenses.

Ma sacrificio è anche una parola chiave delle nuove grandi imprese globali. Per capire l’universo del "sacro" aziendale non dobbiamo fermarci ai suoi aspetti più superficiali – quali la presenza nelle imprese di coach, che cercano di imitare i vecchi padri spirituali; l’uso di parole prese dal linguaggio spirituale, come "missione", "vocazione", "fedeltà", "merito"; i finti riti di iniziazione e le pseudo-liturgie di marketing; il disprezzo della parola "vecchio" che ormai è diventata una parolaccia o un insulto ("sei vecchio!": tutti i culti idolatrici adorano la gioventù). Questi fenomeni sono sintomi epidermici di qualcosa di molto più profondo e radicato nell’organismo del capitalismo.

Dopo aver utilizzato, fino a pochi anni fa, linguaggi e metafore presi dalla vita militare o dallo sport, le grandi imprese capitalistiche si stanno accorgendo che per comprare il cuore dei propri dipendenti c’è bisogno di un codice simbolico più forte, e lo stanno prendendo dalla sfera religiosa. Ma, anche qui, il registro simbolico non lo stanno prendendo dalla cultura religiosa ebraico-cristiana, né, tantomeno, da altre grandi religioni (islam o induismo). Questi grandi umanesimi spirituali sono troppo complessi e resilienti per essere facilmente manipolati dal business. E allora, con un balzo indietro di millenni, tornano direttamente al totemismo e ai suoi sacrifici.

Il sacrificio è una parola centrale del culto del business. Nulla più del sacrificio è chiesto ai lavoratori delle grandi imprese: sacrificio di tempo, della vita sociale e familiare. Il lavoro è sempre stato fatica, sudore, e quindi in un certo senso anche sacrificio. Ma il sacrificio della cultura dell’impresa del XX secolo era trasparente in chi lo faceva e in chi lo riceveva. Tutto il movimento sindacale era riuscito a contenerlo dentro limiti politici, e quando eccedeva questi limiti non era chiamato "sacrificio", ma "sfruttamento". Abbiamo sempre saputo che dietro a molto lavoro c’erano "dèi" lontani che vivevano di rendita grazie ai nostri sacrifici e allo sfruttamento del nostro lavoro nei campi e nelle fabbriche: ma ne eravamo coscienti, ci soffrivamo molto, e abbiamo lottato per ridurre o eliminare queste ingiustizie. Oggi la manipolazione semantica della nostra età sta riuscendo a presentarci il "di più" del sacrificio come una forma di "dono" volontario. Siamo più sfruttati di ieri da dèi ricchissimi, ma, diversamente da ieri, dobbiamo essere felici dei nostri sacrifici, interiorizzarli come dono. Il sacrificio richiesto ai lavoratori dalle grandi imprese è un atto necessario per poter sperare nel "favore degli dèi" e quindi fare carriera, guadagnare molto, avere stima e riconoscimento dall’alto. Chi, invece, si rifiuta di fare questi sacrifici e s’impegna a salvaguardare un confine tra impresa e famiglia, chi non accetta le richieste di restare in ufficio fino alle undici di sera rimane fuori dal numero degli eletti e, spesso, sviluppa gravi sensi di colpa per il suo essere un perdente.

Inoltre, come nei sacrifici agli antichi dèi e idoli, le offerte e i voti non potevano mai estinguere il debito del sacrificante, oggi in queste imprese più si dona tempo e vita più vengono richiesti tempo e vita, finché un giorno esauriamo le nostre offerte – ma in questo giorno, il management ci offrirà "gratuitamente" il giusto coach che ci farà rialzare per recarci di nuovo all’altare e offrire altri sacrifici. L’idolo non si sacrifica, può solo ricevere sacrifici dai suoi fedeli. Gli dèi invisibili e lontani si nutrono dei sacrifici dei lavoratori, ne hanno sempre più un bisogno vitale. Ma il colpo di genio di questo capitalismo sta nell’essere riuscito a coprire con il "contratto" la struttura sacrificale del "mercato del lavoro". Ciò che in realtà ci chiedono è un sacrificio, ma presentandolo come contratto libero nascondono molto bene la sua vera natura. Pagando, le imprese diventano totalmente slegate e ingrate verso i loro fedeli. E il giorno in cui le opportunità di mercato e di profitto cambiano, non si sentono debitrici per i molti sacrifici ricevuti, cercano paradisi fiscali; e con poche migliaia di euro – nell’ipotesi migliore – ripagano il sacrificio di una vita, il sacrificio della vita. Il sacrificio degli antichi culti doveva essere vivo: agli dèi si offrivano animali, bambini, vergini, raramente piante (libagioni), mai oggetti. I nuovi dèi continuano a chiedere vita e restituiscono denaro.

La natura sacrificale di questo capitalismo non è tanto una proprietà morale delle persone, riguarda il sistema nel suo insieme. Le sue prime vittime sacrificali sono gli stessi dirigenti e manager, sacerdoti e vittime insieme. Lo scenario probabile e cupo che si prospetta all’orizzonte della nostra civiltà, è una rapida crescita di questa nuova idolatria, che dall’ambito economico sta via via migrando verso la società civile, la scuola, la sanità. Non trova opposizioni nel suo sentiero di espansione, perché ricorre a simboli religiosi che la nostra cultura non ha più le categorie per comprendere. Chi oggi vuole capire e magari governare l’economia e il mondo deve studiare meno business, e più filosofia e antropologia.

l.bruni@lumsa.it

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