martedì 14 novembre 2017
Quasi del tutto ignorato dalla grande stampa laica nazionale, con l'unica eccezione, a distanza di tre giorni, di un commento di Eugenio Scalfari che l'ha definito «un grido», l'ultimo possente discorso di Francesco alla Commissione delle Conferenze episcopali del Vecchio Continente (la Comece) avrebbe meritato ben altro rilievo. Per la quinta volta dall'inizio del suo pontificato, a fine ottobre papa Bergoglio ha affrontato in maniera ampia e solenne il tema dell'Europa, del suo presente e del suo futuro. Inserendosi così nel solco dei suoi predecessori Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Questa volta ne ha denunciato, tra le altre cose, «un deficit di memoria», causa di un vero e proprio «tradimento» ai danni delle nuove generazioni, alle quali non vengono più trasmessi i valori che sostennero la costruzione della "casa comune".
Alla fine dello scorso aprile, sul volo di ritorno dal viaggio in Egitto, Francesco aveva parlato di «un'Europa in pericolo di sciogliersi», citando espressamente i suoi precedenti discorsi a Strasburgo (dove ha parlato due volte: nella prima, tre anni fa, la definì «una nonna opulenta» dimentica dei deboli), alla consegna del Premio Carlo Magno a lui assegnato l'anno scorso, quando esordì con un triplice «che cosa ti è successo, Europa?», nel 60° anniversario dei Trattati di Roma (il 24 marzo di quest'anno), con l'appello ai capi di Stato e di governo dell'Unione a tornare ai "Padri fondatori" per «discernere le strade della speranza» e per superare lo «scollamento affettivo tra cittadini e istituzioni europee».
Un crescendo di moniti e di esortazioni, insomma, che i responsabili della grande politica europea sembrano inclini a lasciar cadere nel silenzio, aldilà di sporadici ossequi formali che lasciano quasi subito il posto all'indifferenza. Il Papa ne sembra consapevole: sempre sull'aereo di ritorno dal Cairo, sottolineava che sull'Europa ormai lui parla «senza nuances», ossia senza sfumature o formule diplomatiche. Forse perché consapevole che la posta in gioco è drammaticamente alta e che il tempo a disposizione per invertire la tendenza al declino si sta consumando velocemente.
Del resto, sono trascorsi già dieci anni da un altro celebre intervento pontificio: quello di papa Benedetto ancora alla Comece, in cui parlò di un'Europa demograficamente esausta, «incamminata su una via che potrebbe portarla al congedo dalla storia». In quell'occasione Ratzinger si chiedeva con sorpresa come mai essa, «mentre ambisce di porsi come una comunità di valori, sembri sempre più spesso contestare che ci siano valori universali ed assoluti». E coniò l'espressione «apostasia da se stessa, prima ancora che da Dio».
Ebbene, non sembra che dieci anni dopo le cose siano granché cambiate, anzi. Ora la Chiesa leva di nuovo la sua voce a nome dei cittadini europei di fede cattolica e non vuole limitarsi a lamenti e recriminazioni. Per esempio, al termine dell'incontro della Comece, il cardinale Reinhard Marx, presidente della Commissione, ha proposto a nome dei vescovi europei di dar vita a un Forum continentale per confrontarsi sui grandi temi dell'unificazione. Dalla Chiesa italiana, contemporaneamente, a conclusione della Settimana sociale di Cagliari, sono state consegnate al presidente del Parlamento europeo tre proposte concrete su fisco, investimenti e occupazione.
Ma appena pochi giorni dopo, la prima deludente risposta è arrivata dall'Ecofin, che si è diviso sui paradisi fiscali e sull'Iva per i commerci online, come ha prontamente denunciato "Avvenire" mercoledì scorso, impedendo qualunque accordo tra i Paesi membri. La logica che continua a prevalere è dunque quella dell'interesse nazionale, nel timore che scelte nel segno dell'equità e del bene comune costino troppo in termini di consenso ai governanti timorosi di perdere potere. Ma non è così che l'Europa era stata pensata, come ricordano i Papi da un trentennio a questa parte. E non è così che riuscirà a sopravvivere.
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