Da San Pietroburgo a Roma la conversione di Spalletti
martedì 24 gennaio 2017
Incontro a Roma un vecchio collega, Giancarlo Lehner, romano e romanista, caro adulatore del lunedì:«Hai visto? Spalletti è venuto dalla tua, è entrato nel club dei difensivisti: uno a zero, uno a zero, uno a zero...adesso è in gara con la Juve...». Gradisco (se è per questo c'è anche Pioli...) ma preciso: Spalletti non ha bisogno di suggerimenti, la scuola toscana, cui appartiene, sa di tutto. Piuttosto, mi piace vederlo diverso da quello che a Roma, molto “olandese” ma fragile di carattere, perse più d'una occasione di successo, disturbato anche da chi gli suggeriva di farsi Capello, non solo tatticamente ma nell'arte del comando. Decisamente gli ha fatto bene San Pietroburgo (la magica città della quale frequentavo le notti bianche quand'era Leningrado, tuttavia mai rossa, se non nel fiore - una rosa - che ogni giorno veniva offerto allo Zar Pietro il Grande ): n'è tornato non solo più fantasioso ma - quel che conta - ironico e gagliardo fino a sembrar prepotente, anche poeta se vuole, come se avesse bevuto le pagine di Puskin, Dostoevskij e Nabokov, visto che lo so appassionato di cultura da buon figlio della boccaccesca Certaldo. Con citazione tutta italica (Tosca di Puccini) oggi direi “avanti a lui tremava tutta Roma”. Per farsi riconoscere si oppose alla gratuità del tottismo pernicioso finché Francesco non divenne utile, anzi prezioso; difese - ma non troppo - le scelte di Walter Sabatini, come l'addio a Pjanic, fino a trovarsi felice e solo al comando; duellò - ma non è finita - con una critica dura e potente e combattè il qualunquismo strisciante della piazza radiofonica; tutelò l'onore di Edin Dzeko fino a godere dei suoi gol, venti quest'anno, 14 in campionato; accusò le istituzioni di avergli sottratto il caldo tifo delle curve e tuttavia eccolo - avanti al Napoli superbello - a un fiat dalla Juve. A caccia di scudetto. Il confronto è coraggioso, Luciano ne farebbe anche a meno, ma è singolare leggere che fa oggi quel che faceva fino a ieri la Juve improvvisamente datasi a orge offensive. Di Allegri, oggi, si dice un gran bene, e per fortuna non lo fanno inventore del calcio : gioca con quattro/cinque attaccanti, Pjanic, Cuadrado, Dybala, Higuain e Mandzukic. Alleluja. È bello esser circondati di giovani cronisti che non hanno conosciuto - o hanno dimenticato - il Nereo Rocco che metteva insieme Sani, Mora, Pivatelli, Altafini e Rivera o l'altra formazione di bombardieri con il Golden Boy, Hamrin, Sormani e Prati. Ed era un catenacciaro...
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