Da Madame de Châtelet lezioni d’illuminismo declinato al femminile
venerdì 3 aprile 2015
​Passione e ragione, equilibrio e prodigalità di energie, amore per la scienza e amore per l’amore. Il Discorso sulla felicità scritto dalla marchesa Émilie du Châtelet (traduzione di Anmgelo Molica Franco, Elliot, pagine 64, euro 7,50) è un gioiello della saggistica illuminista. Un prodigio di grazia stilistica e di vigore intellettuale. Ammiratrice ammirata, amica e amante di Voltaire dal 1735 al 1740, Madame du Châtelet è la più nitida incarnazione femminile dell’Illuminismo francese. Crede nella felicità, scopo della sua vita. Ma non le manca il coraggio di soffrire a causa della sua intrepida ricerca. Proprio in questo supera i limiti dell’Illuminismo maschile. La sua eccezionale intelligenza scientifica (studiò a fondo Newton e Leibnitz), la sua cultura classica (nutrita di Orazio, Virgilio, Lucrezio) nonché metafisico-religiosa (si appassionò all’analisi dei testi biblici) non hanno mai spento la sua fiammeggiante passionalità, che la portò a sfidare ogni pregiudizio sociale. Voltaire la amò con uno slancio ben più mediocre. Sopportava male le energie inesauribili di questa donna che giorno e notte studia, recita, canta, lo ama, lo amministra e pretende di proteggerlo… Già l’incipit del suo saggio sulla felicità fa capire quanto poco sia semplicistica la visione che la Châtelet ha del suo tema. Senza pensiero e volontà, il piacere di vivere non è niente: «Si crede comunemente che sia difficile essere felici […] ma sarebbe più facile esserlo se gli uomini facessero precedere le loro azioni dalla riflessione e dalla progettualità. Ci si lascia coinvolgere dalle circostanze e ci si abbandona alla speranza, che di solito restituisce solo la metà di quello che ci si aspetta». Solo con l’età si riesce a vedere quali sono i mezzi per essere felici: «dobbiamo disfarci dei pregiudizi, essere virtuosi, stare bene in salute, nutrire desideri e passioni e essere sensibili alle illusioni, perché dobbiamo alle illusioni la maggior parte dei nostri piaceri». Infine «difendiamoci dall’ambizione, ma sforziamoci di saper bene quello che vogliamo essere». Che altro? La passione per lo studio «è assolutamente necessaria per la nostra felicità», così come «moderare i desideri e amare ciò che già si possiede». Felici contraddizioni. Madame du Châtelet non riesce a escludere nulla.
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