"Amicus Eugenius": Cavour tra monarchia, fede e sacramenti
giovedì 11 giugno 2015
Cordialmente, ma per dovere. Conosco e stimo Eugenio Scalfari, nel 1984 fui anche sul punto di andare a lavorare a "Repubblica", ma dall'interno qualcuno - in "talare" - pose un veto. Qui per lui ribadisco stima - che so condivisa anche da altri - ma "amicus Plato"… Infatti ("Espresso", 11/6, p. 110: «Perché la Repubblica è nata monarchica») leggo: «Camillo Benso conte di Cavour era monarchico. Monarchico e laico, fede non ne aveva». La realtà è diversa! Già nel 1856, a 5 anni dalla morte, Cavour confidò al senatore Ruggero Gabaleone di Salmour: «Oggi ho fatto il migliore affare della mia vita. Ho infatti avuto la parola del mio curato, Padre Giacomo, che quando lo chiamerò al mio letto di morte verrà ad amministrarmi i sacramenti…?», Detto e fatto: ai primi di giugno 1861 prima volle confessarsi e fu assolto, poi ebbe Comunione e Unzione degli Infermi. E allora, proprio al cappuccino padre Giacomo da Poirino rivolse la celebre frase: «Libera Chiesa in libero Stato». Alla nipote prediletta, Giuseppina, aveva già confidato: «Mi ha confessato ed ho ricevuto l'assoluzione, più tardi mi comunicherò. Voglio che si sappia che io muoio da buon cristiano». Morì il 6 giugno. I fatti (Cfr."Cavour e la sua eredità", Ed. Rubbettino, 2011) sono questi, e perciò il povero padre Giacomo dovette andare a Roma per discolparsi. Ma per Cavour non fu cosa improvvisata. Tra l'altro fu lui che volle la legge che ordinò i Crocifissi nei luoghi pubblici istituzionali, e resta celebre il discorso alla Camera (25 marzo 1861) in cui affermò che Pio IX non avrebbe mai potuto concedere cose «in opposizione ai precetti della religione di cui Egli è Sovrano Pontefice», aggiungendo testualmente: «Questa sua, che non è ostinazione, ma fermezza è, a mio avviso, a giudicarne da cattolico (sic!), un titolo di benemerenza!».
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