Come sarà il 2026 per il governo? Ecco le sfide (e le incognite) per Meloni
Nei primi tre mesi occhi puntati sul referendum per la separazione delle carriere, decisivo sul fronte interno. Ma è sulla crescita zero e sull'incertezza del quadro internazionale che possono intravedersi rischi nel percorso dell'esecutivo

Una luce-faro c’è, ma illumina solo il primo trimestre dell’anno. È il referendum confermativo sulla separazione delle carriere, che vedrà la maggioranza compatta come un monolite sul «sì». Ma scavallato quell’obiettivo, comunque oggettivamente importante e significativo, la navigazione di Giorgia Meloni verso il 2027 sarà tutta da inventare. Troppe le incognite per avere, già ora, un piano definito verso le elezioni politiche.
Coalizione unita, ma alleati in fibrillazione interna
Non si dubita del fatto che nel 2027 alla competizione elettorale si presenterà una coalizione di centrodestra. Né vi sono dubbi sul fatto che Fratelli d’Italia sarà il partito egemone, con una leadership indiscutibile. Ciò che non è chiaro, nella navigazione della premier, è quale Lega e quale Forza Italia arriveranno a fine legislatura. Entrambi i partner di maggioranza hanno problemi. Salvini è insidiato a “sinistra” da Luca Zaia e a destra dal generale Vannacci, e forse questa doppia pressione finirà per aiutarlo a tenere il partito tra le mani, tuttavia in Parlamento è già previsto che il Carroccio vivrà (e darà) di scosse telluriche, specie sulla politica estera. L’altro vicepremier, Antonio Tajani, deve invece gestire la corrente liberal che sale dalla Calabria con Occhiuto e, parallelamente, le continue frecciate che arrivano dalla famiglia Berlusconi (e tuttavia, non è da escludere che l’incombente caso-Signorini distrarrà gli eredi del Cav. dai fatti politici). Questa situazione di fragilità si ripercuoterà sulle scelte da assumere, inevitabilmente più “contrattate” e faticose.
I nodi della politica estera affidati a... Trump
La gran parte degli equilibri di maggioranza sono nelle mani - metaforicamente - di Donald Trump. Se il presidente Usa strapperà la pace tra Ucraina e Russia, la premier potrà tirare un sospiro di sollievo anche internamente, perché verrebbe meno molta materia del contendere con la Lega, a partire dall’approvazione dell’ultimo “decreto armi” all’Ucraina appena varato dal Cdm. Se invece si protrarrà l’incertezza su Kiev, la premier dovrà dare ancora (ma quanto a lungo?) prova di equilibrismo. È anche per questo motivo che Giorgia Meloni è davvero la prima tifosa del tycoon.
Riforme: dopo la giustizia la strategia è tutta da scrivere
Anche se la premier ha staccato il destino del Governo dalla vittoria del Sì al referendum-giustizia, l’esito della consultazione popolare darà quegli elementi per sciogliere nodi essenziali del fine legislatura: se e come procedere sul premierato e come impostare la legge elettorale, se tenendo fermo il “plus” che offre una coalizione unita e stabile o se amplificando la competizione “proporzionale” tra partiti. Una riflessione che ha bisogno di altri elementi.
Le differenze dal 2022: opposizioni unite e crescita debole
Meloni prese il potere dopo la stagione del governo Draghi che ebbe l’abilità di non contrastare sui fondamentali (la politica estera), approfittando alle urne del centrosinistra frammentato. In questi tre anni, inoltre, il Pil si è tenuto in piedi soprattutto grazie al Pnrr che si è ritrovato tra le mani (e che ha ampiamente revisionato). Ma dal secondo semestre del 2026 in poi la crescita italiana è tra i fanalini di coda dell’intera Europa. E tra mille contraddizioni nel 2027 Pd, M5s, Avs e Renzi correranno insieme, lo si è capito. Lo scenario dunque è diverso da quello di partenza. Per affrontarlo probabilmente non basteranno manovre «prudenti» e l’elogio della stabilità.
© RIPRODUZIONE RISERVATA




