sabato 13 gennaio 2018
Due Paesi sempre in bilico tra l'appartenenza alla «famiglia latinoamericana» e la tentazione di fare caso a sé. Una realtà che Bergoglio conosce bene, anche dal punto di vista culturale
Papa Francesco in un manifesto di benvenuto in Cile (Lapresse)

Papa Francesco in un manifesto di benvenuto in Cile (Lapresse)

La Cordigliera, Far West dell’altro Occidente, «carne di pietra d’America», come la chiamava la Nobel cilena Gabriela Mistral, ha costretto questa lingua di terre a lasciarsi le pianure atlantiche alle spalle, senza, però, mai separarsene del tutto. Cile e Perù sono nazioni in bilico tra la tentazione geografica di "far caso a sé" e l’ansia storico-letteraria di condividere le sorti latinoamericane. Un contesto che il Papa di origine argentina conosce bene. Dopo Ecuador e Colombia completerà così il viaggio nel Corridoio del Pacifico, entrando stavolta dalla "porta stretta" del sud, il Cile.

Nella striscia di terra attraversata con i versi di Pablo Neruda da El monte y el rio, Bergoglio entrerà da Santiago del Cile e da lì andrà a Temuco e Iquique. Sarà poi in Perù a Lima, Trujillo e Puerto Maldonado, dove per la prima volta un Papa metterà piede in zona amazzonica. Da un punto di vista di geografia ecclesiale è forse un viaggio atipico, ma la scelta di accomunare questi due Paesi non è casuale. Fili ne legano le sorti fin dall’indipendenza, quando lo strappo cileno, avvenuto esattamente duecento anni fa, aprì la strada alla sconfitta dell’esercito coloniale ad Ayacucho. Tuttora – al di là delle rispettive specificità – non sono pochi i punti in comune. Sebbene si tratti di due nazioni moderne capaci di emanciparsi dalle turbolenze politiche di dittature sanguinose e di costruire sistemi democratici, l’eredità del passato continua a pesare, come dimostrano le recenti tensioni in Perù per l’indulto all’ex presidente-dittatore Alberto Fujimori.

Quando 31 anni fa Giovanni Paolo II si recò in Cile, Santiago era sotto il giogo del regime militare. E le celebrazioni furono vissute come isole di libertà. Ora alla Moneda è in corso l’ennesimo cambio della guardia – stavolta dal centro-sinistra di Michelle Bachelet al centro-destra di Sebastián Piñera – nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali. Ma la democrazia cilena come quella peruviana sperimenta anche i lati oscuri: gli intrecci tra partiti e finanza e i relativi scandali di corruzione, la tendenza, in nome di una falsa meritocrazia, a escludere ampi settori di popolazione dal pieno godimento della cittadinanza, il crescente potere del crimine organizzato, la forte tentazione di ridurre le risorse naturali a mero oggetto da sfruttare selvaggiamente. Problemi e mali sempre più endemici che accomunano queste parti del Nuovo mondo al Vecchio. Ma che nel primo affondano con profonde metastasi data la velocità del cambiamento, e complice anche l’accelerazione economica dovuta all’alto prezzo delle materie prime. Cile e Perù hanno bruciato le tappe e ne pagano lo scotto. L’entusiasmo per la ritrovata democrazia s’è così mutato rapidamente in critica radicale per l’inefficienza del sistema, e la rassegnazione si annida come un virus nel corpo sociale. Sfilacciandolo. Mentre la regola del "si salvi chi può" è il leit-motiv dominante. Anche fra i cristiani, affatto impermeabili all’iper-individualismo imperante e alla corruzione. È questo un tema che il Papa sente forte e sul quale è tornato con parole anche molto marcate, poiché la corruzione impedisce lo sviluppo e il superamento della povertà e della miseria.

Di nuovo, dunque, Francesco vuole confrontarsi qui con il nodo-clou dell’America Latina contemporanea e più in generale del mondo attuale, nel quale sulla ricerca del bene comune prevale l’interesse del più forte, sullo sfondo di un’economa che uccide. Se perciò uno dei doveri del cattolico latinoamericano è di non lasciar degradare la democrazia, come affermava lo stesso Bergoglio nel libro-intervista di Hernán Reyes, Latinoamérica, la via proposta – con le parole e con l’itinerario di questo viaggio – parte dalla "carne dei popoli". Dalle loro fibre più profonde. Facendo memoria – una memoria viva, non un semplice ricordo – di quanto di più prezioso hanno generato.

In America Latina – accanto ai migranti – di tale tessuto fanno parte i popoli nativi, altro nodo dell’imminente viaggio bergogliano. In Cile e in Perù Francesco si recherà a Temuco e Puerto Maldonado, epicentri dell’Araucanía e dell’Amazzonia. Regioni dove si concentrano rispettivamente gli eterni resistenti mapuche e le varie etnìe che abitano la foresta. Entrambi rischiano ancora di non trovare posto in una malintesa concezione del progresso. Un controsenso per una terra il cui valore fondante – el mestizaje, il meticciato – è profeticamente plasmato nelle fattezze indie della Vergine di Guadalupe, emblema stesso dell’identità latinoamericana. La prima sfida è perciò quella della popolazione indigena: qual è il contributo di queste popolazioni alle società attuali dei singoli Paesi?

Nel suo discorso del febbraio 2017 ai rappresentanti dei popoli indigeni papa Francesco ricordava, citando la sua Laudato si’, che «uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore non può considerarsi progresso», e invitava queste popolazioni a soffermarsi a individuare le modalità per una maggiore responsabilizzazione economica dei popoli autoctoni. «Credo che il problema essenziale sia come conciliare il diritto allo sviluppo, compreso quello sociale e culturale, con la tutela delle caratteristiche proprie degli indigeni e dei loro territori. Questo è evidente soprattutto quando si vanno a strutturare attività economiche che possono interferire con le culture indigene e la loro relazione ancestrale con la terra. In questo senso dovrebbe sempre prevalere il diritto al consenso previo e informato, come prevede l’articolo 32 della Dichiarazione sui diritti dei popoli indigeni. Solo così è possibile assicurare una collaborazione pacifica tra autorità governative e popoli indigeni, superando contrapposizioni e conflitti». Questo non potrà certo che essere ricordato incontrando a Temuco il popolo mapuche.

Un secondo aspetto di questo incontro riguarda l’elaborazione di linee-guida e progetti che siano inclusivi dell’identità indigena, con una speciale attenzione per i giovani e le donne. Inclusione e non solo considerazione. Ciò significa per i governi riconoscere che le comunità autoctone sono una componente della popolazione che va valorizzata e consultata e di cui va favorita la piena partecipazione, a livello locale e nazionale. «Non si può permettere una emarginazione o una divisione in classi: prima classe, seconda classe... Integrazione con piena partecipazione – affermava il Papa –. E voi, nelle vostre tradizioni, nella vostra cultura, perché quello che voi portate nella storia è cultura, vivete il progresso con una cura speciale per la madre terra». In questo momento «in cui l’umanità sta peccando gravemente nel non prendersi cura della terra io vi esorto a continuare a dare testimonianza di questo. E non permettete che nuove tecnologie – che sono lecite e sono buone – ma non permettete quelle che distruggono la terra, che distruggono l’ecologia, l’equilibrio ecologico e che finiscano per distruggere la saggezza dei popoli». Francesco distribuirà in questo contesto la Laudato si’ in diverse lingue. Non sono molti quelli che a queste latitudini, nella stessa Chiesa, l’hanno letta e meditata. E non si può che far riferimento qui anche al Sinodo sull’Amazzonia convocato dal Papa recentemente e che si terrà nel 2019. È un’urgenza.

«Pellegrino di gioia e speranza» si è definito Francesco nel messaggio pre-viaggio. Una speranza fondata sul Vangelo, consapevole della gravità delle situazioni. Eppure non prigioniera di esse.

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