venerdì 10 novembre 2017

Il Comitato olimpico internazionale (Cio) ha fatto un serio errore nell’inserire dal 28 ottobre i videogames nella lista degli sport riconosciuti. È un passo grave: come se l’Organizzazione mondiale della sanità mettesse le caramelle alla frutta nella categoria degli alimenti necessari alla popolazione.

Tutti un po’ amiamo i videogames; ma intendiamoci su cosa è un gioco e cosa uno sport, perché nello sport – che etimologicamente significa qualcosa che si fa «fuori dalle porte» della città, cioè all’aria aperta – c’è una caratteristica in più del gioco e una in meno, che li rendono sostanzialmente diversi. La caratteristica in più è il miglioramento di se stessi che nello sport è evidente nel visibile cambiamento in meglio della propria persona fisica, cosa che nel gioco non è presente. La caratteristica in meno è che lo sport non rischia di portare alla dipendenza, mentre con i videogiochi questo è solo uno dei rischi riconosciuti dalla medicina: il passaggio al gioco compulsivo che porta via sonno, soldi, energie e interessi in particolare nei ragazzi.

Mentre i pediatri di tutto il mondo fanno di tutto per limitarne l’uso, ecco che il Cio qualifica un fatto pericoloso per la salute come sport, dando un messaggio distorto, come se dicessero che l’alcol fa male e al tempo stesso incoraggiassero le gare a chi beve di più. Certo, tutte le cose fatte con accortezza hanno anche risvolti positivi, ma quelle a rischio di provocare danni è sbagliato portarle su un’arena pubblica di rilievo, tanto da vociferare che il prossimo passo sarà trasportare consolles e joysticks alle Olimpiadi.

Dove, peraltro, ci saremmo aspettati un impegno invece a un passo importante, cioè l’unificazione tra Olimpiadi e Paralimpiadi nello stesso evento seppur con gare separate, proprio per sottolineare l’identità dello sport fatto dai normodotati e dai disabili. Invece progredisce l’involuzione consumistica nello sport: l’invasione degli sponsor, il dilagare della slealtà e del doping troppo tollerati, il persistere di una disparità nella visibilità tra sport 'maggiori' e 'minori' e, infine, ecco i videogiochi.

Tutto nella chiave dell’osanna all’audience, perché quello che «fa spettacolo» rende quattrini, dunque deve andare avanti, il resto si arrangi. È vero che il Cio pare abbia posto delle regole all’ingresso dei videogames tra gli sport, ma ci sembra un chiudere la stalla quando i buoi sono scappati. Ormai i giochi online sono un affare da miliardi di dollari in tutto il mondo, migliaia di persone si sono rovinate la vita, e non ci sembra di vedere nessun passo serio verso l’arresto di questa disgrazia cosmica, che ha acquisito una potenza di attrattiva e di fruibilità domestica incredibile.

La scienza lo conferma: i videogiochi possono portare a dipendenza e questa ad alterazioni dell’attenzione, della coordinazione, dell’affettività, diagnosticate con le immagini di risonanza magnetica, come ben illustra la rivista Neuroscience and Biobehavioral Review di aprile 2017. Insomma, questi giochi dovrebbero essere usati con l’accortezza del piacere che danno le caramelle o il bicchiere di vino, e invece assurgono al livello del basket. I bambini pagano per primi questa contaminazione: hanno sostituito i giochi di socializzazione con i giochi elettronici solitari, non sono più padroni di piazze e strade, ma di apparecchietti su cui sforzano la vista, curvano le spalle e si separano dal mondo, credendo invece di possederlo – strade e piazze virtuali – tra le proprie mani. E ora il Comitato Olimpico mette sul podio chi ha combinato tutto questo.

© Riproduzione riservata

ARGOMENTI: