Vero e nuovo dialogo oltre il chiacchiericcio
domenica 6 settembre 2020

Ormai appare abbastanza certo che anche la fase che intercorrerà fra l’autunno del 2020 è il primo semestre del 2021 – se tutto andrà bene – sarà caratterizzata dalla persistente attenuazione dei rapporti interpersonali, solo per certi aspetti sostituiti da quei 'dialoghi a distanza' consentiti dai moderni mezzi di comunicazione sociale: luogo, indubbiamente, di rapporti ma pur sempre limitati - 'a distanza', appunto - talora frettolosi e superficiali.

È un nuovo 'virus' – fortunatamente non letale – che si aggiunge a quello con cui il Paese e il mondo stanno convivendo forzatamente ormai da molti mesi. Fra le riflessioni che il rinnovarsi di questa sorta di 'silenzio relazionale' (solo in parte sostituito dall’abbondanza di superficiali mezzi di comunicazione) ve ne è una che, ad avviso di chi scrive, si impone, anche se con il rischio di un radicale fraintendimento, quasi che si volesse demonizzare tutto l’insieme dei rapporti a distanza che si moltiplicano e si sovrappongono fra loro. Un sintomo di questo non sempre avvertito 'disagio' è rappresentato dai giovani che, sempre più frequentemente, rifiutano quelle che gli scienziati e gli esperti definiscono le 'necessarie distanze' e appunto per questo non riescono ad accettare la chiusura delle sale pubbliche: dando luogo – come le cronache estive con abbondanza hanno riferito – a vere e proprie rivolte.

Al di là di un talvolta superficiale desiderio di incontro, e magari di distrazione, la protesta dei giovani pone in evidenza un vuoto reale che non sarà facile colmare: un vuoto, oltre tutto, che minaccia la stessa vita cristiana che, da sempre, è stata il luogo di una comunità, che non si accontenta di pregare nell’intimità della casa, ma aspira a essere pubblicamente riconosciuta come realtà aperta e luogo di incontro diretto. È forse un poco strano che vi siano ricorrenti 'rivolte' contro la chiusura delle sale da ballo e pazienti e un poco rassegnate 'prese d’atto', nelle comunità cristiane, delle limitatissime possibilità di incontro diretto. Tutto avviene 'a distanza' e l’altro è diventato, sia pure inconsciamente, non un fratello da incontrare ma un potenziale 'nemico' da evitare e dal quale prendere le distanze, puntigliosamente misurate in metri.

Come soddisfare, allora, il bisogno di comunità nella stagione in cui 'prendere le distanze' è diventata una virtù e rappresenta anzi un preciso dovere, sanzionato come tale dalle stesse pronunzie ecclesiastiche? Riteniamo che il problema debba essere posto e, qui, ci si vorrebbe limitare ad alcuni essenziali riferimenti. In primo luogo, il 'mantenere le distanze' non dovrebbe significare – oltre ad accettare la nuova dislocazione delle persone nei luoghi ecclesiastici – la fine delle riunioni e degli incontri. Essi sono ancora possibili, sia pure battendo una via diversa, e cioè quella degli incontri – negli spazi comunitari – di piccoli gruppi: un numero ristretto di partecipanti anziché quelli più consistenti del passato, ma moltiplicando le occasioni e dunque, alla fine, raggiungendo anche un maggior numero di persone. In secondo luogo si tratta di valorizzare più che in passato l’incontro con la Parola e la lettura dei libri e delle pubblicazioni che certo nella Chiesa italiana non mancano.

È, sia pure a distanza, organizzare un vero e costante 'colloquio', che potrebbe avvenire anche in forma comunitaria, in piccoli gruppi che riflettono su un articolo, su un saggio, un discorso pontificio degni di attenzione. Occorrerà, in vista di questo nuovo modo di incontrarsi, disporre di laiche e laici competenti e preparati (ma in generale essi non mancano, e anzi attendono di essere valorizzati), data l’impossibilità di ricorrere sempre e comunque ai sempre più scarsi religiosi e sacerdoti. Ma vi sono persone preparate che attraverso piccoli gruppi, sia pure a distanza di un paio di metri, possono confrontarsi, riflettere, pregare e soprattutto pensare insieme. Anche di questo la Chiesa italiana ha bisogno. Si tratta di passare dalla verbosità del 'chiacchiericcio' (e persino della contrapposizione sterile) alla serietà e alla fecondità del dialogo.

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