venerdì 2 dicembre 2016
Nella sfida economica tra le due superpotenze è in gioco il nuovo ordine mondiale. Ecco perché il presidente eletto promette barriere alle importazioni. E perché queste non aiuteranno gli americani
Navi cargo vengono caricate al porto di Qingdao, in Cina

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Da qualche settimana tutti gli osservatori internazionali si stanno domandando se il Presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump sarà realmente il ciclone che ha promesso di essere oppure rientrerà nell’alveo di un maggiore realismo politico. Questo interrogativo è particolarmente pressante in particolare per quanto attiene alla politica estera rispetto alla quale ha affermato di volersi porre in discontinuità con le amministrazioni precedenti. Nei fatti, una tensione più elevata con la Cina sarà l’evoluzione di politica estera più probabile dell’amministrazione Trump. Le ragioni di ciò sarebbero prima facie di natura economica. In campagna elettorale, infatti, 'The Donald' ha promesso di far risorgere la manifattura americana che è stata messa a dura prova dalla globalizzazione e in particolare dalla Cina. Questa, in particolare, è accusata di manipolare il tasso di cambio verso il basso per favorire le proprie esportazioni e di conseguenza spiazzare le imprese manifatturiere americane. Il presidente eletto, pertanto, ha dichiarato in diverse occasioni che imporrà una tariffa del 45% sulle importazioni provenienti dalla Cina.

Tale proposizione, peraltro, è in linea con le posizioni che aveva assunto già Mitt Romney nella campagna presidenziale del 2012, a conferma che questa politica ritroverà facilmente l’appoggio dell’intero partito repubblicano a dispetto delle lacerazioni manifestatesi nelle ultime settimane della corsa alla presidenza. Volendo credere alla retorica elettorale, il ricorso ai dazi dovrebbe essere in grado di modificare il saldo commerciale tra Cina e Stati Uniti, che è decisamente a favore del gigante asiatico. Nel 2015 il saldo negativo degli Usa nei confronti di Pechino è stato pari a 367 miliardi di dollari e nei primi nove mesi del 2016 di quasi 260 miliardi. Da un aumento dei dazi ci si aspetta una riduzione delle importazioni e quindi una domanda maggiore di beni prodotti negli Stati Uniti. L’ottimismo si basa probabilmente sulla consapevolezza che l’integrazione economica tra i due Paesi è quasi esclusivamente di natura commerciale: gli investimenti diretti delle imprese americane in Cina, infatti, non sono rilevanti. Dunque sia le misure protezionistiche sia le eventuali contromisure del governo cinese dovrebbero interessare un numero di imprese non rilevante.

In altre parole, dal punto di vista strategico questo significherebbe che una politica protezionistica bilaterale nei confronti della Cina potrebbe avere dei costi contenuti per i settori industriali americani. Ma l’imposizione di dazi elevati sulle importazioni provenienti da Pechino sarà realmente in grado di invertire tale trend e quindi rappresentare davvero un beneficio per l’economia americana? È probabile di no. Negli ultimi mesi, infatti, il dollaro, si sta apprezzando sullo yuan (nel gennaio 2014 il tasso di cambio era di 6 yuan per un dollaro, oggi si attesta a 7 yuan per dollaro), e dunque l’imposizione dei dazi potrebbe non avere efficacia poiché l’indebolimento della moneta di Pechino sosterrebbe in ogni caso la domanda di beni cinesi da parte delle famiglie americane. Se il governo cinese, peraltro, dovesse scegliere di abbandonare completamente il controllo del tasso di cambio, lo yuan potrebbe svalutarsi ulteriormente rendendo le merci cinesi ancora più competitive. In altre parole, se la Cina smettesse di 'manipolare' i cambi – per utilizzare il linguaggio accusatorio dell’establishment del partito repubblicano – gli effetti negativi per gli Stati Uniti potrebbero anche essere maggiori di quelli attuali. A questo dovrebbe aggiungersi un costo elevato in termini di reputazione a livello globale. Aumentando i dazi gli Usa potrebbero ritrovarsi a violare alcune regole Wto, svuotando di significato molto del lavoro svolto a favore del multilateralismo. In secondo luogo, ostacolare le importazioni provenienti dalla Cina non implica necessariamente che i consumatori americani ricomincino ad acquistare solo beni prodotti negli Stati Uniti. Le famiglie americane potrebbero aumentare le importazioni da altri paesi in cui un’abbondanza del fattore lavoro rende alcune produzioni manifatturiere più convenienti.

Se quindi, a ben guardare, la strada del protezionismo commerciale non appare inequivocabilmente foriera di benefici, perché perseguirla? Invero, la sfida economica di Trump alla Cina nasconde una competizione strategica di più ampia portata di cui la politica commerciale è solo un aspetto. In breve, una politica commerciale aggressiva dal punto di vista economico contro Pechino si presta ad alimentare nell’opinione pubblica un confronto globale che potrebbe caratterizzare l’ordine mondiale nei prossimi anni. Il primo campo di sfida è quello militare. La politica di riarmo cinese degli ultimi anni, infatti, non è certamente passata inosservata. Tra il 2000 e il 2015 la Cina ha aumentato in maniera costante la sua spesa militare a un ritmo del +11,2% medio annuo, fino a divenire il secondo paese al mondo per spese militari dopo gli stessi Stati Uniti. Viceversa, gli Usa nello stesso periodo hanno avuto un tasso medio di crescita del 2,3%, e in particolare nel quinquennio 2011-2015 la spesa militare statunitense è persino diminuita del 5% annuo. Questo differenziale di crescita ha cominciato da diversi anni a preoccupare l’establishment americano.

Chiaramente, la paura è che la leadership militare statunitense possa essere messa in discussione. Esistono, peraltro, da parte di molti, diversi dubbi in merito all’affidabilità e all’impegno della Cina nella non proliferazione nucleare a dispetto del fatto che essa sia stata protagonista in diversi accordi internazionali. La situazione di tensione con la Corea del Nord non ha aiutato Pechino a normalizzare i rapporti con Washington. Molti osservatori di area repubblicana sostengono che Pechino non abbia fatto abbastanza per limitare le provocazioni del regime di Kim Jong-un. Non è un caso se negli ultimi mesi gli Stati Uniti abbiano deciso di rendere più credibile la propria politica di deterrenza militare nell’area: a settembre hanno condotto alcune missioni con bombardieri nell’area e offerto alla Corea del Sud il sistema di difesa missilistico denominato 'Thaad', che è stato considerato dai cinesi un’installazione potenzialmente offensiva contro la stessa Cina. Nel contempo entrambi i Paesi hanno una presenza militare nel Mar Cinese meridionale, dove le rivendicazioni di Pechino sono fonte di preoccupazione per tutti i Paesi costieri, in particolare per la costruzione delle isole artificiali che potrebbero essere utilizzate come avamposti militari.

In questa accresciuta rivalità con la Cina, l’amministrazione Trump potrebbe voler rafforzare l’alleanza con il Giappone governato da Shinzo Abe. Questi, nel corso degli ultimi anni, ha più volte dichiarato di lavorare per la normalizzazione dei rapporti tra Giappone e Cina, ma nel contempo si è detto convinto dell’alleanza con gli Stati Uniti. La posizione di Abe a questo punto potrebbe divenire scomoda o foriera di opportunità diplomatiche a seconda delle interpretazioni, ma non è un caso che egli sia stato il primo leader internazionale ad essere accolto nella Trump Tower. Alla luce della preoccupazione verso la Cina, si comprende anche più facilmente l’apertura nei confronti della Russia di Putin. L’uomo forte del Cremlino pochi mesi fa ha visitato Pechino per sancire l’accresciuta – seppur cauta – cooperazione tra Cina e Russia in diversi ambiti tra cui anche quello militare. Questo ha confermato una serie di segnali di allarme per Washington. Un cambio di atteggiamento nei confronti di Putin, quindi, serve ad evitare che il rapporto tra Pechino e Mosca divenga troppo stretto. In ogni caso, a dispetto dei proclami di discontinuità con il passato, 'The Donald' sarà con buona probabilità l’alfiere di una strategia di contenimento del colosso asiatico elaborata da anni e che utilizza la retorica del nazionalismo economico per anticipare, sostenere e giustificare di fronte all’opinione pubblica la crescente rivalità strategica con Pechino. I risultati di questa strategia non sono facilmente prevedibili, ma tra questi non dovrebbe esserci un accresciuto benessere per i lavoratori americani che hanno sostenuto l’elezione di Trump alla Casa Bianca.

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