domenica 8 gennaio 2012
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Perché a Piazza Affari è in atto una crisi di sfiducia molto più marcata di quella che contraddistingue gli altri mercati azionari europei? Il fenomeno merita di essere analizzato poiché 'i fondamentali' dell’economia italiana sono, sotto alcuni aspetti, migliori di quelli degli altri maggiori Paesi della comunità internazionale. Il tasso di risparmio delle famiglie, infatti, è al 6% del reddito disponibile (rispetto, ad esempio, all’1% del Regno Unito e del Giappone); lo stock di debito pubblico è stazionario al 120% del Pil (mentre in Stati Uniti, Germania, Francia e Regno Unito è in rapida ascesa e minaccia persino di superare il nostro, e anche presto); il saldo primario al 5% del Pil supera di gran lunga quelli di Francia e Germania (attorno al 2%) e quello Usa (negativo: –3% del Pil); le esportazioni sono in ripresa; nonostante la recessione il tasso di disoccupazione (pur con la pesante ombra delle perduranti difficoltà dei più giovani) si mantiene sotto il 9% delle forze di lavoro. Ebbene, le determinanti della crisi di Piazza Affari sono tre: una politica, una finanziaria e una economica. Il dato politico riguarda 'la grande coalizione' impropria che sta garantendo sostegno al governo Monti (molto rispettato in Europa come dimostra anche l’accoglienza positiva agli emendamenti presentati dall’Italia al negoziato in corso per l’'accordo' europeo a 26 sulle politiche di bilancio). Questa coalizione – oltre alla stragrande maggioranza del Parlamento – interpreta, secondo gli ultimi sondaggi, pur in un fase assai difficile e segnata da scelte dure, il 60% del voto popolare (un po’ più del pentapartito degli anni Ottanta), ma dà prova di meno coesione di quanto sarebbe necessario tra le sue tre principali componenti rispetto ai grandi e inevitabili obiettivi dell’azione di governo. Ciò non può non innervosire i mercati, poiché il miglioramento della situazione italiana richiede un impegno forte e convergente da parte di tutti. Il dato economico riguarda la crescita. In Italia è rasoterra da 15 anni. La struttura demografica è, come ormai si è ben capito, influisce molto, ma Paesi con una popolazione anziana appena migliore della nostra riescono egualmente a crescere al 2,5% utilizzando al meglio le risorse disponibili (anche le forze giovani d’immigrazione) e grazie a una migliore formazione del capitale umano e a un effettivo e costante incoraggiamento alla formazione di capitale sociale e allo sviluppo delle dimensioni e della tecnologia d’impresa. È un terreno sul quale in Italia c’è molto da fare. La determinante finanziaria attiene, infine, come s’intuisce al sistema bancario e finanziario, ancora troppo legato a modalità superate e alla contiguità con clienti privilegiati e, magari, sponsorizzati da forze politiche, nonché poco avvezzo all’analisi del progetto ('della intrapresa', come si diceva un tempo) piuttosto che del soggetto proponente. L’Abi potrebbe ovviamente organizzare utilmente corsi di formazione in materia. Ma l’intero sistema, valorizzando il meglio della nostra tradizione e senza spregiudicatezze, deve sapersi liberare da certe scorie del passato per poter competere internazionalmente. Le vicende degli ultimi giorni sono state innescate da Unicredit, il primo istituto a presentarsi sul mercato in un 2012 ad altissima tensione in cui le grandi banche dell’eurozona saranno chiamate a dotarsi dei capitali richiesti dall’Eba, l’Autorità bancaria europea, per far fronte alla frana dei prezzi dei titoli di Stato in portafoglio, Btp in testa. La banca di Piazza Cordusio ha fatto da cavia in un quadro in cui dalla Spagna arrivava la notizia che gli istituti iberici dovranno svalutare il patrimonio immobiliare di altri 50 miliardi di euro (il 4% del Pil spagnolo). Nel contempo, il flop dell’asta ungherese sui titoli di Stato veniva interpretato come un rischio collasso di Budapest e, a cascata, di una bella fetta delle economie dell’Europa Orientale, area in cui sono concentrati molti interessi delle nostre Unicredit e Banca Intesa. Sprigionando una crisi di sfiducia. Uscire da questa situazione richiederà tempo e, soprattutto, capacità di dimostrare quanto i fondamentali della nostra economia siano basi sufficientemente solide per garantire la tenuta del Paese. E riuscire a mettere a fuoco anche gli aspetti problematici può facilitare la ricerca delle soluzioni.
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