Tempo di coraggio. Le insidie interne ed esterne alla Ue


Vittorio E. Parsi giovedì 23 marzo 2017

Brexit o non Brexit, quando un attentato terroristico prende di mira Westminster, il più antico e nobile Parlamento del mondo, è l’intera Europa a essere sotto attacco. Non c’è nulla infatti più della democrazia rappresentativa che descriva l’identità politica europea, ciò che l’Europa ha voluto, e saputo, fortissimamente diventare, attraverso secoli di guerre intestine che ne hanno determinato il fato e il carattere.


Anche per questo, sull’onda di simili avvenimenti, il 60° anniversario dei Trattati istitutivi della Comunità Europea che si celebra nelle prossime ore a Roma offre l’opportunità di una riflessione sullo "stato dell’Unione" che possa condurre fuori del vero stallo di questi ultimi anni. Ma, inevitabilmente, e a maggior ragione dopo i tragici fatti di ieri, rischia anche di fornire il pretesto per il dilagare della retorica antieuropea o, al contrario, di quella europeista. Nelle settimane che ci hanno avvicinato al Vertice dei capi di Stato e di Governo abbiamo già assistito al dispiegarsi delle forze contrapposte. Più plateali, rumorose, populiste quelle di chi vede nell’Unione attuale la causa di tutti i mali e sogna (al di là di quanto possa essere auspicabile) un impossibile ritorno a una piena sovranità nazionale. Più furbesche (nelle intenzioni degli interpreti "scaltre"), quelle di chi si illude di poter intercettare il malcontento diffuso verso il progetto europeo, sottraendo voti alle forze più dichiaratamente euroscettiche. Solenni, inevitabilmente, le voci istituzionali di chi ci ricorda come neppure l’Unione possa vivere di soli ricordi, ispirandosi al suo glorioso passato, ma abbia bisogno invece di trasformarsi, se vuole mantenere il passo con le sfide del presente e del futuro.


Il discorso tenuto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella alle Camere riunite è stato un esempio della giusta misura tra sobrietà e solennità, come del resto è tipico dell’uomo. Il presidente ha ricordato a tutti che la riforma dei Trattati è necessaria e urgente, se l’Unione non vuole condannarsi all’irrilevanza assoluta e permanente. Ma ha anche ricordato come il processo verso una maggiore integrazione debba essere realizzato senza lasciare indietro nessuno.

Da un lato, quindi, c’è stata la sottolineatura dell’improcrastinabilità dell’aggiornamento delle istituzioni e dei processi decisionali della Ue. Dall’altro, il richiamo all’evidenza che, per riavvicinare l’Unione ai suoi cittadini, sia imprescindibile un miglioramento della capacità di ascolto, rappresentanza e risposta delle preoccupazioni e degli interessi di tutti, a partire dai più deboli. Tutto ciò si svolge in uno scenario interno e internazionale che certo non congiura a favore del successo. La Brexit è appena agli inizi e la sola cosa su cui possiamo stare certi è che sarà costosa e dolorosa per tutti. Dall’interno delle istituzioni europee si levano talvolta 'voci dal sen fuggite' di chi pensa che i popoli latini siano sempre e solo dediti al gavazzo.

Peraltro la mole delle promesse fatte, reiterate e mai mantenute da parte anche di noi italiani in questi ultimi tre anni, unite alle fantasiose stime su una crescita economica mai vista se non sulle slides, hanno contribuito ad alimentare stereotipi e pregiudizi francamente inaccettabili. In campo internazionale più che le manovre di Putin o l’enigmaticità delle politiche di Donald Trump, ciò che fornisce meglio il quadro della debolezza europea è l’insolenza con cui un modesto aspirante autocrate di un Paese ancora ben lontano dai livelli di sviluppo, benessere e consistenza dell’Europa, il presidente turco Erdogan, si permette di aggredire verbalmente e minacciare di oscure conseguenze l’Olanda, l’Austria, la Danimarca e persino la Germania.

Tra le sue sparate, la demografia, quando si è rivolto ai suoi sudditi, esortandoli a fare ancora più figli per «invadere» quell’Europa che ha pensato bene di pagarlo perché si tenga i migranti diretti verso la Germania lungo la rotta balcanica. Si è trattato dell’ennesima manifestazione di arroganza, che però nasce dalla constatazione delle nostre fragilità. E ieri ha rincarato la dose allundendo al fatto che «se si continua così, in questa Europa nessuno sarà più al sicuro». Vedremo se e quando il Vertice romano riuscirà a indicare dove e come trovare la nuova linfa capace di rivitalizzare questa stanca Europa, affinché sappia darsi quel coraggio evocato dal presidente Mattarella, senza il quale qualunque impresa diventa impossibile.

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