lunedì 29 dicembre 2014
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La storia è nota. A un primo servo vengono assegnati cinque talenti e ne riporta altri cinque, al secondo due talenti e ne riporta due in più (ancora un rendimento stellare del 100%). Il terzo riceve un solo talento e lo seppellisce in una buca, per paura. Quello che la parabola non ci dice sono le motivazioni e le strategie dietro questi risultati. Possiamo intuirle, attualizzando.Il terzo servo ha paura. L’Italia è sott’acqua, i telegiornali non fanno che parlare di alluvioni, recessione, fatti di nera sempre più gravi, guerra dei poveri. Come è possibile in questo contesto non esser preda di "passioni tristi" non aver paura e al contrario sperare nel futuro, condizione necessaria per avviare progetti di investimento nella propria formazione, nella costruzione di un’impresa o di una famiglia? Il canto dei gufi è assordante e le circostanze esterne non aiutano certo a fare del sano "antisfascismo". Il rischio è quello di cadere in depressione e, magari, bruciarsi tutto nella lotteria dell’azzardo sperando che la fortuna di un momento ci regali, senza sforzo, la "rendita della vita". In questo caso, anche quell’unico talento è perduto.La storia degli altri due servi è molto diversa. La vita (in azienda, in famiglia, in società), ci dicono spiegando la loro strategia, è fatta di dilemmi sociali. Ovvero di situazioni dove possiamo mettere in circolo i nostri talenti correndo il rischio di condividerli con potenziali partner pur non sapendo fino in fondo come si comporteranno e non avendo protezioni legali in grado di coprirci da ogni evenienza. Bisogna buttarsi e rischiare, dando e sperando di ricevere fiducia, cercando con gesti di piccola fraternità di far capire ai potenziali partner che l’equilibrio cooperativo è più intelligente e più fruttuoso per tutti. Se il gioco riesce, si produce superadditività e valore aggiunto: cinque più cinque fa venti perché mettendo insieme talenti e risorse si produce qualcosa che supera la somma di ciò che saremmo riusciti a fare da soli. Dividendo equamente la posta ciascuno può pertanto tornare a casa con cinque talenti in più. Nascono e fioriscono aziende in cui i soci apportano capitale, cooperative (quelle buone) che commercializzano e valorizzano il lavoro dei contadini con marchi di eccellenza, patti territoriali e coalizioni con massa critica necessaria per attirare investimenti comunitari (sfruttando magari nuovi strumenti giuridici a disposizione come il Gruppo europeo di cooperazione territoriale), famiglie che sfidano gli ostacoli di un welfare che non le "vede".Rischiare vuol dire camminare su un ciglio stretto perché il confine tra equilibrio cooperativo e paralisi della fiducia è sottile. Chi guarda solo al proprio, non prova empatia per l’altro e teme che anche per l’altro sia lo stesso, sceglie perciò di non mettersi in gioco producendo un esito fallimentare per sé e per la società. Prima ancora dei tanti giochi sperimentali della fiducia, che hanno ispirato una vasta mole di lavori empirici, aveva capito tutto David Hume quando, in un suo celebre apologo, ricordava: «Il tuo grano è maturo, oggi, il mio lo sarà domani. Sarebbe utile per entrambi se oggi io lavorassi per te e tu domani dessi una mano a me. Ma io non provo nessun particolare sentimento di benevolenza nei tuoi confronti e so che neppure tu lo provi per me. Perciò io oggi non lavorerò per te, perché non ho alcuna garanzia che domani tu mostrerai gratitudine nei miei confronti. Così ti lascio lavorare da solo oggi e tu ti comporterai allo stesso modo domani. Ma il maltempo sopravviene e così entrambi finiamo per perdere i nostri raccolti per mancanza di fiducia reciproca e di una garanzia». (Hume, Trattato sulla natura umana, 1740, libro III).La parabola dei talenti si può applicare non solo alle persone, ma anche agli Stati. Chi ci rappresenta nella fiducia e nella cooperazione corre un ulteriore rischio: si gioca non solo il successo del Paese, ma anche quello della sua stessa esperienza politica (ed è spesso poco incline a rischiare qualcosa che non dia frutti immediati di consenso elettorale). All’ultimo G-20, l’Unione Europea ha fatto la parte del servo pauroso. Invece di mettere in circolo risorse, rischiando con politiche monetarie e fiscali espansive (seguendo la via degli Stati Uniti che hanno inizialmente aumentato il deficit per aggredire, con successo, il problema della disoccupazione) e coraggiosi progetti di ristrutturazione del debito (come quelli suggeriti dall’appello dei 350 economisti lanciato da "Avvenire") ha seppellito il talento dato dai padri fondatori nella buca del rigore senza stimoli allo sviluppo. Ma in quella buca – che riduce il numeratore del rapporto debito/PIL e produce recessione, riducendo ancor più il denominatore – il talento non si moltiplica. Il confine tra fallimento e successo nel gioco della fertilità umana, economica e spirituale è sottile e dipende da noi e dai potenziali partner che incontriamo nel cammino.
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