Sfollati nel Sud per il clima: perché è doveroso (e ci conviene) aiutarli
martedì 19 dicembre 2023

Lunedì 18 dicembre si è celebrata la giornata internazionale dei migranti, a pochi giorni dalla controversa conclusione della Cop28 di Dubai. Una coincidenza che non merita di essere ritenuta casuale.

Nelle settimane scorse, infatti, migliaia di rifugiati somali hanno attraversato il confine con l’Etiopia, cercando scampo dalle alluvioni che hanno sconvolto il loro territorio, dopo una prolungata e severa siccità. Erano rientrati da pochi mesi dall’Etiopia, dove erano sfollati una prima volta a causa della violenza delle milizie islamiste di al-Shabaab.

La notizia non è purtroppo straordinaria, ma emblematica dell’intreccio tra violenza e catastrofi naturali nel generare spostamenti forzati di popolazione, soprattutto nei Paesi già di per sé più fragili. Su questo nesso insiste il Grid 2023, l’ultima edizione del rapporto mondiale sugli sfollati interni. Nel 2022, si è registrata una crescita del 20% di questa porzione sofferente dell’umanità, toccando la cifra record di 71,1 milioni di persone coinvolte in 65 Paesi del mondo. Non di rado, in fuga per la seconda o terza volta. Lo sradicamento si associa inoltre con gravi problemi di insicurezza alimentare.

La Repubblica Democratica del Congo, la Nigeria, l’Afghanistan, l’Etiopia e lo Yemen presentano i numeri più alti di persone colpite da acuta insicurezza alimentare e ospitano anche più di 26 milioni di sfollati, più di un terzo del totale. Nelle Filippine, in Madagascar e in Sud Sudan diversi disastri consecutivi hanno obbligato gli abitanti delle zone coinvolte a ripetute fughe, prolungando lo sfollamento e compromettendo la loro capacità di ripresa.

Il fatto che si tratti di sfollati interni potrebbe indurre qualcuno a un malcelato sospiro di sollievo. Dopo tutto, sono problemi da Terzo Mondo. Chi perde i campi, il bestiame, la casa, il poco che possedeva, difficilmente può percorrere molta strada. I poveri sono forzatamente radicati, la mobilità sulle lunghe distanze è socialmente selettiva. Ma instabilità politica, insicurezza alimentare e sradicamento delle popolazioni stanno provocando fenomeni di turbolenza che impattano sui fragili equilibri regionali e continentali.

D’altronde, agitare lo spettro di centinaia di milioni di africani in movimento per ragioni climatiche ha effetti ansiogeni, in definitiva controproducenti: anziché compiere i complessi e costosi investimenti necessari per fronteggiare il cambiamenti climatici, i governi potenzialmente interessati hanno già dimostrato di essere molto più propensi a militarizzare ed esternalizzare le frontiere, chiedendo ad altri governi di fermare il transito dei profughi senza troppo badare ai sistemi adottati.

La soluzione auspicabile, nel lungo periodo, non può che essere quella di perseguire accordi intergovernativi per costruire un mondo pacificato, sostenibile, capace di offrire a tutti una vita dignitosa.

Nel frattempo però, alcuni interventi a medio termine potrebbero essere introdotti. Il primo è quello di considerare le migrazioni non come una calamità, ma come una strategia di adattamento ai cambiamenti dell’ambiente naturale. Come è avvenuto nel passato. Più libertà di movimento, di andare e venire, comporta meno sfollamenti forzati sotto il peso delle catastrofi. La seconda linea d’intervento consiste nel tutelare gli sfollati interni meglio di quanto avviene ora, quando sono lasciati sostanzialmente in balia dei loro governi, meno protetti dei rifugiati internazionali. Gli aiuti d’emergenza non bastano. La terza idea-forza è quella di ascoltare le persone, raccogliere le loro aspirazioni, sostenerle nel realizzarle: i più desiderano semplicemente tornare ai loro villaggi, in condizioni di maggiore sicurezza e con la speranza di poter ripartire.

La solidarietà con gli sfollati interni, fragili fra i fragili, è un investimento per un futuro migliore per tutti.


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