Giovani affascinati da altre religioni. Il cristiano si riconosce da ciò che fa


Le nostre voci di Marina Corradi giovedì 14 settembre 2017

Caro Avvenire,
leggo abitualmente come tanti anche il “Corriere della Sera”, “Il Giornale”, “La Repubblica”. Su queste come su altre testate “laiche” si enfatizzano spesso monachesimo, danze, meditazioni di cultura asiatica. Sembra che i giovani trovino in queste discipline un richiamo. Il cristianesimo sembra dato per scontato e trattato dai media quasi come una “Croce Rossa”. Penso che la proposta cristiana vada rinnovata col fuoco di Cristo (come, non lo so).

Bruno Nunziati

Mi colpisce come a volte siano le lettere più brevi a porre le domande più grandi, quelle a cui non troviamo risposta. E non è certo una risposta la mia, ma solo una brevissima riflessione. Il signor Nunziati ripropone una questione che in tanti ci facciamo, magari fra noi, quando vediamo che molte forme di religiosità di altre culture, spesso orientali, vengono vissute come attuali e invitanti, e vengono avvicinate da alcuni giovani come una risposta al loro bisogno spirituale. Mentre la proposta cristiana, almeno in alcuni ambienti, è sentita come qualcosa di scontato, un vecchio elemento della propria tradizione, qualcosa di cui si crede di conoscere tutto, ma che infine non è incidente sulla realtà. Come se fossimo, fin da bambini, “abituati” al cristianesimo, senza riconoscerne la portata rivoluzionaria; oppure, in altri contesti sociali, come se fossimo ormai della memoria cristiana del tutto ignari. È una domanda appunto troppo grande quella del lettore, e non esauribile in poche righe, per di più da una giornalista. Mi ha fatto venire in mente però il breve inciso di un discorso del Papa nel suo viaggio in Colombia, in occasione dell’incontro con i sacerdoti. Il Papa, dunque, citava il suo viaggio per la Giornata della Gioventù in Polonia, a Cracovia, nel 2016: «In un pranzo che ho fatto con i giovani, con quindici giovani e l’arcivescovo, uno – ha raccontato Francesco – mi ha chiesto: “Cosa posso dire a un mio compagno, giovane, che è ateo, che non crede? Che argomenti posso portargli?”. E mi è venuto spontaneo rispondergli: “Guarda, l’ultima cosa che devi fare è dirgli qualcosa!”. È rimasto sorpreso. “Comincia a fare, comincia a comportarti in maniera tale che l’inquietudine che lui ha dentro di sé lo renda curioso e ti domandi; e quando ti chiede la tua testimonianza, lì puoi incominciare a dire qualcosa”. È tanto importante questo essere viandanti, viandanti della fede, viandanti della vita». Un essere, prima che un parlare, un modo di stare in mezzo agli altri con un’attenzione, un rispetto, una capacità di ascolto che insinui una curiosità in chi ne è oggetto. In un mondo utilitaristico e a volte brutale, che usa e strumentalizza il prossimo e tenderebbe facilmente a farne una “cosa” da possedere, l’alterità dello sguardo cristiano è sommessa, ma così radicalmente differente. È un avere a cuore l’altro, anche colui che si incrocia casualmente, o il compagno di lavoro, o di banco. Guardarlo non come un estraneo, ma come uno del cui destino ti importa. In questo sguardo, dice il Papa, l’inquietudine che quell’uomo, come ogni uomo, ha dentro, può accendersi, e farsi curiosità, e poi domanda. E lì, insegna Francesco, «puoi incominciare a dire qualcosa». Cominciare a dire della tua vita, presa da Cristo. Prima, rischierebbero di essere solo parole. Dopo, acquistano la consistenza di una faccia, di un uomo incontrato. Ma non è forse così, da sguardo a sguardo, da volto a volto, che si contagia il cristianesimo? Al di là delle mode, qualcosa di quasi impercettibile, come l’andare umile di viandanti che diffondono un seme. PS Non so se siano davvero «tanti», come scrive il signor Nunziati, gli italiani che leggono ancora abitualmente più di un giornale. Fa piacere, lo dico anche a nome del direttore, che ce ne siano tra i nostri attenti e stimolanti lettori.

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