sabato 20 gennaio 2018

A seguito del varo definitivo della legge «in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento», più voci si sono levate – in particolare da enti assistenziali e singoli rappresentanti dei cattolici impegnati nella sanità – per far presente al Ministero della Salute, alla Federazione nazionale degli ordini dei medici, alle forze politiche e ai cittadini la necessità di una clausola che consenta l’esercizio della 'obiezione di coscienza' da parte del personale sanitario nei confronti di quanto potrà essere loro richiesto per dare attuazione ad alcune norme stabilite dalla legge.

Una possibilità di esonero da talune procedure che potrà riguardare interi istituti privati di ricovero e cura riconosciuti dal Sistema sanitario nazionale o, individualmente, medici e infermieri che operano nell’ambito di strutture sanitarie pubbliche. Fermo restando il forte valore etico e giuridico e la decisa opportunità di una iniziativa in tal senso nel contesto della situazione venutasi a creare nel nostro Paese con l’approvazione di questa legge, ciò non di meno emergono alcune riflessioni che, lungi dall’indebolire questa istanza, rendono la 'obiezione di coscienza' pienamente ragionevole e condivisibile. Si tratta di sciogliere possibili equivoci e prevenire eventuali insinuazioni circa la posizione morale dei professionisti della sanità che intendono avvalersi dell’istituto della 'obiezione di coscienza' e il servizio civile che essi sono comunque chiamati a svolgere in quanto deputati alla cura della salute e della vita di qualunque soggetto malato, qualsivoglia sia la condizione in cui versa e quello che egli abbia detto o scritto.

È una esigenza della limpidità della testimonianza cristiana/umana di ciò in cui crede un 'obiettore' - sia esso un medico o infermiere cattolico, oppure no - e la trasparenza delle ragioni che lo muovono a rifiutarsi di compiere (o collaborare formalmente a) un’azione prevista ai sensi di legge. Il ricorso alla 'obiezione di coscienza' è un atto grave (si configura come eccezione alla norma generale della obbedienza alla legge promulgata da una autorità pubblica legittimamente costituita; cfr. Rm 13, 1-7; 1Pt 2, 1314¸ San Tommaso, Summa theologiae II-II, q. 104 a. 1) che esige il riconoscimento, attraverso il giudizio della coscienza (giudizio della ragione pratica), della grave inaccettabilità di una norma, ossia che quanto la legge dispone è ingiusto.

Solo una lex iniusta non obligat, poiché non corrisponde alla retta ragione (che rende giusta una legge) ed esercita una violenza nei confronti della coscienza, cui è lecito resistere (cfr. Summa theologiae I-II, q. 94 a. 3, q. 96 a. 4; Sant’Agostino, De libero arbitrio I, V, 11). L’onere di mostrare ragionevolmente che una norma della legge sulle Dat è in insanabile contrasto con il dettato della coscienza degli operatori sanitari, che esclude ogni complicità con un’azione contraria alla vita dei pazienti, ricade su quanti si fanno lodevolmente promotori della tutela politica e giuridica del diritto alla 'obiezione di coscienza'. Non ogni legge sbagliata o imperfetta giustifica il ricorso alla facoltà di obiezione, ma solo quella che riconosciuta dalla coscienza come «legge iniqua», che «quindi non ha più ragione di legge, ma è piuttosto una violenza» ( Summa theologiae III, q. 93 a. 3).

La proporzionalità tra la risposta eccezionale della obiezione e la grave ingiustizia della legge deve essere mostrata in tutta la sua evidenza. La 'obiezione di coscienza' rappresenta un atto virtuoso non solo in sé stesso, per chi lo compie, in quanto è «obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At 5, 29) e agire in nome e per il bene di altri (cfr. Hannah Arendt, 'La disobbedienza civile' Laterza 2004, p. 162), ma anche come testimonianza degli operatori sanitari resa alla verità morale, in questo caso il bene fondamentale della vita umana di tutti gli ammalati più gravi e i morenti. Il giudizio sulle norme della legge che sono oggetto di obiezione e la decisione di avvalersi di essa rappresentano un «lavorare instancabilmente per la costruzione di una civiltà dell’amore e di una cultura della vita» (papa Francesco, 2017) nella misura in cui si pongono pubblicamente come scelta condivisa e notoria, fatta propria in solido da associazioni e gruppi di medici e di infermieri e posta in essere dai singoli sanitari nei luoghi di lavoro con una giustificazione palese a colleghi e cittadini, rinunciando a particolarismi e accenti diversificanti che indeboliscono la forza disarmata e disarmante della testimonianza di un rifiuto della «cultura dello scarto» più volte denunciata dal Santo Padre.

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