sabato 4 luglio 2009
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Non è poco ciò che lega Benedetto XVI al cardinale John Henry Newman, l’anglicano passato al cattolicesimo minoritario vittoriano del XIX secolo, fondatore degli Oratori di san Filippo Neri. L’autorizzazione papale – ieri – a promulgare il decreto che riconosce un miracolo attribuito alla sua intercessione dalla Congregazione delle cause dei Santi, e che apre la strada della beatificazione, mette sotto i riflettori non solo il leader del Movimento di Oxford, il convertito ammesso alla Chiesa di Roma nel 1845, ordinato sacerdote e creato cardinale da Leone XIII nel 1879, l’uomo che affermava «holiness, first» ,«prima di tutto la santità», ma specialmente «l’uomo della coscienza», per usare la definizione dell’allora cardinal Ratzinger nel centenario della morte di Newman. Ma se già Paolo VI aveva individuato nel grande teologo una guida per gli smarriti «alla ricerca di un preciso orientamento e di una direzione attraverso le incertezze del mondo moderno», se già Giovanni Paolo II ne aveva elencato tratti quali la «profonda onestà intellettuale» e la «fedeltà alla coscienza e alla grazia», Benedetto XVI con questo nuovo gesto eleva ancor più il tono. E invita nei fatti ad ascoltare, dentro l’esperienza del cardinale, l’eco di una voce che non può coincidere con i propri desideri, con quanto può rivelarsi più vantaggioso o recare consensi: la voce della coscienza. Additare Newman significa – cosa ardua, e che trova taluni perplessi – sgretolare lo schema ancora imperante della contrapposizione tra i concetti di autorità e soggettività: il primo generalmente pensato come negante quelle libertà per lo più custodite nel secondo. Significa parlare di una via della coscienza tutt’altro che avvitata sulla soggettività, ma piuttosto via dell’obbedienza al traguardo della verità oggettiva, sia pure chiusa negli stessi dogmi esigenti una «Grammatica dell’Assenso». Equivale insomma a dire possibile quell’ascensione verso Dio che Kant ritiene impossibile verso il Trascendente, parlare di una coscienza che non può essere autodeterminazione affidata ai compromessi delle attese soggettive e dell’ordine sociale. E riconoscere come vera coscienza quella che germina laddove nel contatto fra l’intimità dell’uomo e la verità venuta da Dio – nucleo segreto dell’esperienza umana, al sottile confine fra santità ed eresia, come avrebbe detto don Giuseppe De Luca – la soggettività si annulla. Qui allora è utile recuperare insieme alle schegge biografiche di Newman, per capire il dramma spirituale del suo secolo, anche quelle del giovane Ratzinger che lo scoprì nel ’46 alla riapertura del Seminario di Frisinga, dopo il nazismo e la guerra. Fu allora contagiato dal compagno di studi Alfred Läpple, che a Newman stava dedicando la sua tesi. Noterà poi il futuro Pontefice: «La dottrina di Newman sulla coscienza divenne allora per noi il fondamento di quel personalismo teologico che ci attrasse tutti col suo fascino. La nostra immagine dell’uomo, così come la nostra concezione della Chiesa, furono segnate da questo punto di partenza». Frantumatosi il totalitarismo che alla coscienza aveva sostituito Hitler, la liberazione – aperte le pagine di Newman in quel seminario – fu anche sapere «che il 'noi' della Chiesa non si fondava sull’eliminazione della coscienza, ma poteva svilupparsi solo a partire dalla coscienza», continua l’allora cardinale Ratzinger. Che aggiungeva: «Tuttavia proprio perché Newman spiegava l’esistenza dell’uomo a partire dalla coscienza, ossia nella relazione tra Dio e l’anima, era anche chiaro che questo personalismo non rappresentava nessun cedimento all’individualismo, e che il legame alla coscienza non significava nessuna concessione all’arbitrarietà – anzi, che si trattava proprio del contrario». Da qui occorre ripartire. Senza mai dimenticare ciò che in un viaggio in Sicilia, già nel maggio 1833, il futuro beato aveva scritto: «Amavo andare per la mia strada, ma ora imploro: guidami!». Stralcio di un pensiero, di una tappa di vita, nell’ascolto della risposta della coscienza riflessa dentro uno specchio come «messaggero di Lui, che, in natura e in grazia, ci parla dietro un velo».
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