Parisi: le sintesi estreme tradiscono e l'«ipotesi Dio» trascende la scienza
martedì 12 ottobre 2021

Gentile direttore,
quando ho letto la bella intervista di Gnoli, anche io sono stato colpito dalla frase «Dio, per me, non è neanche un’ipotesi ». Era un tentativo di sintetizzare quello che avevo detto, ma a volte le sintesi estreme sono traditrici. Avevo pronunciato parole che testualmente erano simili, ma che avevano ben altro significato. Commentando la frase di Laplace sull’ipotesi Dio, «non ho avuto bisogno di questa ipotesi », ho detto che l’esistenza di Dio non può essere usata alla stregua di una qualsiasi ipotesi scientifica: è qualcosa di diverso che trascende la scienza, e non può essere oggetto di indagine scientifica. Penso che anche lei concordi con me che sarei un pessimo teologo se cercassi di fare un esperimento per dimostrare l’esistenza di Dio e che sarei un pessimo scienziato se cercassi di spiegare i miei dati sperimentali ipotizzando l’esistenza di Dio. Sono fermamente convinto della separazione tra scienza e fede in quanto hanno scopi diversi. La prima si occupa del mondo fisico e cerca di spiegare il mondo in maniera autonoma, la seconda interpreta il mondo basandosi su qualcosa che lo trascende, che esiste indipendentemente dal mondo. Vorrei aggiungere che sono sempre infastidito quando nelle interviste mi domandano le mie opinioni religiose. Non mi pare che lo domandino mai a calciatori, cantanti, modelle, categorie per le quali ho il massimo rispetto. Implicitamente gli intervistatori assumono che gli scienziati posseggano una conoscenza privilegiata di Dio, ma non è vero.

Giorgio Parisi

Le sono grato, gentile professor Parisi, per questa lettera e per la messa a punto che contiene. È proprio vero: le sintesi possono rivelarsi traditrici, e questo accade quasi inesorabilmente quando esse diventano estreme, come nel caso del suo pensiero raggelato in una frase dura e definitiva: «Dio, per me, non è neanche un’ipotesi». Credo che il breve eppur disteso ragionamento che lei affida ora a queste righe le “somigli” assai di più, nel senso che calza bene a «un laico intransigente, ma non tetragono» (ricorro all’efficace definizione offerta ai nostri lettori da Walter Ricciardi nel commento al suo premio Nobel). Quella frase così suggestiva e urtante, incastonata in una densa intervista con lei che 'la Repubblica' pubblicò quasi dieci anni fa, mi colpì molto – come ho scritto rispondendo domenica scorsa alla lettera sconfortata, ma bella e coinvolgente, della professoressa Caruso – proprio perché mi sembrava che avesse assai poco a che fare con l’esperienza e lo “stile” di un uomo e ricercatore della sua statura. Lei aggiunge ora a quella sensazione – mia, ma non soltanto mia – elementi solidi e capaci di generare ulteriore (e, forse, più centrato) dibattito. La ringrazio di nuovo. Anche se, come può vedere dalla lettere pubblicate, in questa stessa pagina di giornale, il dibattito si era già seriamente acceso... Un cordiale saluto.

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