Noi, accanto ai più deboli
giovedì 27 febbraio 2020

Il tradizionale digiuno quaresimale quest’anno comincia quando in alcune diocesi italiane è iniziato un forzato digiuno eucaristico dovuto al coronavirus. Come avviene per molte vicende della nostra vita, tutto cambia se ciò che è imposto viene scelto: in questo modo una forma di rinuncia che non avremmo mai voluto subire diviene occasione per riscoprire, proprio in Quaresima, il valore e il senso dell’Eucaristia.

In primo luogo dobbiamo sgombrare la testa dall’idea di un ossimoro, ovvero che quanto disposto da alcune conferenze episcopali regionali sia "anticattolico". La Chiesa si è sempre comportata così. I preti – anzi i santi – di una volta, facevano esattamente lo stesso. Ho presente il caso del venerabile Angelo Ramazzotti, vescovo di Pavia di cui è in corso la causa di beatificazione, che nel 1854 durante l’epidemia di colera decise che non si desse ai moribondi il "viatico" perché, anche se la medicina ancora non sapeva spiegarlo, ai suoi occhi di pastore era evidente che toccare con le dita la bocca e la saliva di un malato contribuiva ad aumentare il contagio: certo a quell’epoca le "catene" di WhatsApp non esistevano ed era più semplice per i cristiani credere l’ovvia verità per cui lo Spirito Santo assiste i vescovi nella loro missione di guidare la Chiesa.

Finché non potremo tornare a partecipare tutti alla santa Messa come popolo, avremo la possibilità di crescere nella fede del Mistero soprannaturale che la definisce: una Messa celebrata dal solo parroco in chiesa vale tanto quanto una Messa concelebrata da tutti i vescovi del mondo riuniti in Concilio assieme al Papa a San Pietro. Sarebbe bello, come suggeriva domenica scorsa il parroco di Castiglione d’Adda, imparare di nuovo ad ascoltare il tocco delle campane unendosi così, da casa propria, al santo Sacrificio che il sacerdote offre in quel momento dalla chiesa parrocchiale per tutta la comunità.

Oltre a ciò, dovremmo reimparare che quelle processioni "manzoniane" di cui qualcuno lamenta l’assenza, altro non sono che il simbolo del cammino dell’umanità, come popolo di Dio, dietro a Gesù, a Maria, ai Santi e possono farci condividere, per esempio, la stessa situazione di chi, ferito da situazioni particolari, normalmente non può accedere al Sacramento, e per poter provare quel desiderio ardente di unione col Signore che dovrebbe animare ogni Eucaristia ma che a volte viene soffocato dal ricevere Cristo eucaristico in modo abitudinario.

Se le nostre liturgie comunitarie venissero temporaneamente sospese è molto opportuno alimentare la propria carità pregando nella propria stanza come dice il Vangelo (cfr Mt 6,6). Argomenti? Soprattutto prendere coscienza della nostra vulnerabilità, che è la nostra condizione umana normale e, forse per questo, sistematicamente rimossa dalla nostra consapevolezza. Quanti tormenti interiori a proposito dei nostri errori e dei nostri peccati ci risparmieremmo se crescesse la nostra consapevolezza di essere creature fragili e deboli. C’è poi il "lavoro" del diventare, tramite la preghiera fatta da soli nella propria camera, più umani e sensibili. In circostanze come quelle attuali basta uno starnuto per essere vittima di rimproveri da parte di chi vive all’insegna della "caccia all’untore". Pregare significa invece diventare più umani e sensibili manifestando una particolare attenzione, consapevoli dei possibili rischi, verso gli altri. Le singole persone, soprattutto i più anziani, gli ammalati, non possono essere lasciati soli. Stare vicino a quanti operano nel campo della sanità e sono esposti al rischio di contagio, può essere il frutto di un’orazione ben fatta. Aiutare tutti coloro che, con la ricerca scientifica, cercano di individuare cure e vaccini adatti, può essere il santo desiderio che un Rosario ben detto fa nascere nel cuore. Una comunione spirituale in più può farci maggiormente tener conto degli altri e porci in atteggiamenti benevoli di solidarietà e di condivisione.

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