Le nude domande/11. Benedite la grande illusione


Luigino Bruni sabato 16 gennaio 2016
​La verità è un bisogno primario del cuore umano. Abbiamo costruito teorie del comportamento basate su "piramidi di bisogni", dove i beni morali si trovavo nei "piani" terzi e quarti, trattati come beni di lusso, che possiamo permetterci solo dopo aver mangiato e bevuto. Come se bellezza, amore, verità non fossero beni essenziali, come se il sonno fosse più necessario della stima, il sesso più degli affetti, la sicurezza più della cura. Dimenticando così che la storia ci narra di molte persone benestanti che si sono lasciate morire per la mancanza di una buona risposta alla domanda "perché devo alzarmi questa mattina?", e altrettante che hanno resistito lunghi anni in condizioni di fame e sete estreme, solo perché c’era qualcuno a casa ad attenderli. Sono molte le forme che assume questo bisogno di verità su noi stessi, sul cuore e le azioni di chi amiamo, sulle fedi e gli ideali che hanno edificato e nutrito la nostra esistenza. Una di queste è l’urgenza vitale, che un giorno arriva all’improvviso, di verificare se siamo finiti dentro una grande auto-illusione, in una "bolla di "vanitas" che avvolge noi, chi amiamo, Dio, le nostre certezze. In questo giorno tutto il resto si relativizza, questa verità diventa un assoluto, e le migliori energie sono spese per capire se siamo liberi e veri come pensavamo o se siamo invece caduti in una trappola senza accorgercene.
Questa esperienza non è universale né necessaria, ma è molto comune in chi da giovane ha fatto scelte radicali, ha creduto in una grande promessa, ha seguito una voce che chiamava verso una terra nuova. In queste persone, religiose e laiche, un giorno, per le ragioni più diverse, si può insinuare il dubbio che la realtà di ieri fosse solo vento o sogno. Se alla vita abbiamo chiesto poco, questo momento non arriva, ma si presenta quasi sempre quando le abbiamo chiesto molto negli anni più belli dell’entusiasmo grande. Qualche volta il processo di messa alla prova del dubbio ci fa approdare alla scoperta che il grande auto-inganno era solo apparente, che quanto ci era apparso fantasma era solo l’ombra di una presenza vera. Altre volte finiamo invece per accorgerci che ci siamo ingannati veramente, per molto tempo, su molte cose importanti. Il libro di Qohelet fin qui ci ha detto, e continua a ripeterci, che che questo secondo approdo della ricerca non solo non è fallimento, ma è una cosa molto buona. Perché è meglio una vita vera delusa che una vita illusa, è meglio una verità amara di un auto-inganno dolce. La sua sapienza è essenzialmente un dono per aiutarci a liberarci dalle illusioni. Se la verità ha un valore in sé, allora le illusioni deluse sono da preferire alle certezze illuse. Qohelet ci dice che questi tempi di trasformazione dei "giorni vani" in delusione, questi autentici risvegli, sono delle vere "benedizioni", tra le più grandi sotto il sole. Qohelet sa anche che l’accettazione della "vanitas" e l’ammissione dell’auto-inganno generato dal bisogno di illusioni sono operazioni difficili e soprattutto lunghe.
Così, col suo metodo ciclico, ci ripete più volte gli stessi messaggi, sempre con nuove sfumature: «Quale vantaggio ha il saggio sullo stolto? Nei miei giorni vani ho visto di tutto: un giusto che va in rovina nonostante la sua giustizia, un malvagio che vive a lungo nonostante la sua iniquità» (Qohelet 6,8; 7,15). La ripetizione creativa e poetica è parte del suo stile. Saper stare fermi durante le ripetizioni di parole grandi e teofore richiede la mansuetudine e la fortezza del cuore e della mente, pratiche che il nostro tempo non solo ha dimenticato, ma combatte con forza in nome dell’efficienza e della velocità: «È meglio un uomo paziente che uno presuntuoso» (7,8).
Le illusioni "vanitas" sono intrecciate con le verità più belle della nostra vita. Sono annidate dentro i nostri talenti, è zizzania cresciuta troppo attorno al primo grano buono. Sono maturate insieme a noi, hanno indossato maschere ricalcate sui volti delle persone migliori della nostra vita, si sono nutrite dei nostri carismi più belli. Per questo per liberarci dalle illusioni occorre tempo e costanza, se vogliamo arrivare alla fine del processo e non fermarci troppo presto, appagati dai primi e più semplici colpi di intaglio, incapaci di staccarci dal nostro passato illuso perché troppo affezionati a quegli antichi balocchi: «Non dire: "Come mai i tempi antichi erano migliori del presente?", perché una domanda simile non è saggia» (7,10). La sola possibile vittoria sulla "vanitas" in questa terra è riuscire a morire e risorgere mentre si è ancora vivi. Almeno una volta. Questa morte-resurrezione può arrivare in molti modi, alcuni luminosi, altri bui. Qualche volta prende le forme di un superamento di una grave malattia – ogni grande guarigione è un combattimento in un guado notturno, dal quale usciamo feriti, benedetti, con un nuovo nome, è un nuovo corpo risorto con le stimmate della passione. Altre volte, soprattutto in chi ha avuto già una prima esperienza di morte-resurrezione (e magari essendo già ’risorto’ pensa di non dover "morire" più), prende la forma della "grande delusione". Ciò che qui inizia a morire non è un male fisico o morale da combattere, ma è tutto ciò che aveva rappresentato il bello, il buono e il vero della vita passata.È il figlio della promessa, che si mette in cammino con noi, di buon mattino, verso il monte Moria.
Raramente questi combattimenti con la grande delusione hanno un buon esito. Non è facile vincere in queste lotte, perché il nemico non è fuori: si combatte con la nostra parte migliore. È relativamente facile arrivare sulla soglia della delusione, molto più difficile e raro è attraversarla. Si intuisce la durezza, l’incertezza e lo smarrimento della vita post-illusione, non si affronta la paura dell’ignoto e il dolore della delusione, e così si regredisce facilmente all’adolescenza. Per non rischiare la morte del passato si rinuncia a un nuovo futuro (e a un buon presente). Si viene, quindi, a creare un conflitto tra il bisogno di verità e il costo del processo di liberazione dalle illusioni. In un primo tempo si rimane dentro lo spacco illusione-delusione. Ma questo stato di tensione dura poco. Così, prima o poi, dobbiamo decidere se fare il salto per tentare di raggiungere la roccia al di là dello spacco (col rischio di cadere e sprofondare), o girare le spalle e imboccare la via del ritorno alle vecchie illusioni. Se si torna verso casa, per un po’ di tempo si continua a sentire il disagio e il dolore per la mancanza di verità, ma poi quasi sempre si comincia ad attribuire lo status di verità alle vecchie e nuove illusioni. Il bisogno di verità agisce ed è più forte, prevale, ma qui opera in modo perverso. "Le illusioni si trasformano in verità". Ci si adatta all’illusione, e per sopravvivere si comincia, quasi sempre inconsapevolmente, a chiamare l’infelicità felicità, l’illusione verità. E la trappola diventa perfetta. Altre volte, non si accetta la delusione, e si diventa cinici e arrabbiati con la vita, con il passato e con i compagni-complici dei "giorni vani". Altra trappola, non meno fonda e forte.
Qualche rara volta, però, l’operazione riesce, e un giorno ci si risveglia risorti – l’umanità è riuscita a intuire qualcosa di quella resurrezione unica di Gesù di Nazareth, perché molti uomini e donne erano già risorti migliaia di volte, e continuano a farlo. All’inizio di questa autentica nuova vita si sperimenta una grande solitudine. L’età dell’illusione era stata una esperienza collettiva, sociale, comunitaria. Dopo aver attraversato la grande delusione ci si ritrova invece soli, e ciascuno ha la sensazione certa di essere l’unico a vivere da sveglio in un mondo di dormienti. Se si riesce a resistere in questo tipo speciale di sofferenza morale (non è scontato), inizia un’altra fase. Si scopre che in realtà non si è soli, e si iniziano a conoscere, uno alla volta, altri che vivono la stessa esperienza sotto lo stesso cielo. Nasce una nuova socialità, tutta diversa dalla prima. Questi nuovi compagni si trovano nei luoghi più impensati, improbabili, a volte nei luoghi di sempre. Li si scoprono nei libri, nell’arte, nella poesia, quasi sempre tra i poveri.
Infine, se il cammino continua, nasce il desiderio di incontrare i tanti che si trovano ancora dentro la bolla dell’illusione, per "svegliarli", liberarli e tirarli fuori dalla loro caverna di ombre, per farli incontrare con la realtà vera. E ci si impegna molto in questa missione. Per capire, un giorno, che in questa missionarietà si era insinuata una nuova idolatria, e l’idolo eravamo proprio noi. Ci si ritrova ancora sull’orlo dello spacco tra le rocce, e si deve decidere se restare dentro questa illusione-idolatria o tentare un nuovo salto, rischiare una nuova morte, sperare ancora in una nuova resurrezione. Quando si incomincia a risorgere non si deve smettere più. E, forse, alla fine ci accorgeremo, piangendo lacrime diverse, che quella verità-risorta era già presente in quella prima "vanitas" che abbiamo tanto combattuto fino a farla morire. E così la farfalla ringrazia il bruco, la perla la sua ostrica, il risorto l’abbandonato. Ma, all’inizio e durante il processo, non lo potremo sapere: «Meglio la fine di una cosa che il suo principio» (7,8).
Qohelet avrà conosciuto e sperimentato qualcosa di simile. Se sappiamo cercare tra le sue parole, riusciamo a vedere chiaramente il lungo tratto di strada che va dall’illusione alla delusione, e a intravvedere anche qualche bagliore di risurrezione. Se non fosse risorto dopo la "vanitas" non avrebbe potuto donarci le sue parole. Il suo libro non sarebbe entrato nella Bibbia. Non ci avrebbe raggiunto dentro le nostre delusioni, presi per mano e accompagnati nelle nostre resurrezioni.
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