sabato 16 dicembre 2017

La povertà è la prima virtù ad essere scoperta da tutti i fondatori, e la prima ad essere dimenticata dai loro successori
Carlo Maria Martini, Per amore, per voi, per sempre


L’ideologia è una malattia molto comune e grave nelle Organizzazioni a Movente Ideale (OMI), che si sviluppa soprattutto durante le crisi di capitale narrativo, quando nella carestia di storie vere da raccontare diventa molto seducente l’offerta di nuove storie artificiali che sembrano rispondere alla fame di senso e di futuro che sta colpendo la comunità. L’ideologia è la nevrosi dell’ideale – come l’idolatria è la nevrosi della fede. Tra le molte forme che assumono le ideologie, una particolarmente frequente e pericolosa è quella suggerita dalla novella El Conde Lucanor dello scrittore spagnolo Don Juan Manuel, che è la fonte medioevale della fiaba I vestiti nuovi dell’imperatore. Ma, a differenza delle sue varie riscritture moderne, nella novella originale troviamo elementi preziosi per aggiungere nuove parole al nostro discorso sui movimenti e sulle comunità che originano da ideali, carismi e motivazioni diverse e più grandi di quelle economiche.

La novella inizia con un bizzarro inganno subito da un re. Tre furfanti si presentano a corte e gli promettono di tessergli vestiti speciali, perché possono essere visti soltanto da figli legittimi mentre restano invisibili ai figli illegittimi. Il re abboccò perché credette di aver trovato un buon meccanismo per incamerare le eredità di chi si sarebbe rivelato un figlio non naturale. I tre sarti imbroglioni si mettono così a lavoro. Il re, ancora dubbioso, manda due servi a vedere i primi vestiti nuovi, senza rivelare nulla delle supposte proprietà magiche di quei panni. I servi non vedono nulla nei filatoi, ma non hanno il coraggio di contraddire i sarti, e dicono al re di aver visto stoffe meravigliose. Quando infine anche il re si reca dai sarti per vedere la loro opera, non vedendo nulla fu prima sconvolto e poi pensò: «Se dico di non vedere i vestiti, si saprà che non sono figlio del re, e perderò il mio regno». Quindi crede all’imbroglio, e inizia anche lui a tessere le lodi dei suoi nuovi indumenti. Invia, poi, il suo governatore, che, sapute dal re le proprietà di quei panni, pur non vedendo nulla li lodò con parole ancora più entusiastiche, pur di non perdere il suo posto. Dopo il governatore anche gli altri funzionari di corte fecero lo stesso. E quando finalmente arrivò il giorno di festa e il re, completamente nudo, uscì a cavallo per le strade della città, tutto il popolo lodava i bellissimi vestiti del re. L’incantesimo fu spezzato da uno stalliere del re che disse: «Signore, per me è la stessa cosa essere figlio di mio padre o di un altro, e per questo vi dico: o sono cieco o voi siete nudo».

In questo tipo di produzione ideologica all’inizio ci sono dei falsi profeti imbroglioni che seducono il capo – il fondatore/i o responsabile/i di una comunità. Non è lui a chiamarli, ma li riceve, e così facendo commette il primo e decisivo errore. Dai falsi profeti imbroglioni ci si difende innanzitutto non ricevendoli in casa. Facendo in modo che non passino i controlli che normalmente si fanno prima di ricevere degli ospiti. Durante le crisi di narrazioni, quando numerosi sono i cantastorie che chiedono di essere ricevuti, è fondamentale scegliere bene i "portieri", cioè chi accoglie i visitatori, il personale della segreteria di direzione o di presidenza. Questi svolgono un ruolo molto importante, perché devono avere la capacità, rara, di individuare subito i falsi profeti e bloccarli. Perché, nelle crisi di senso della comunità, i responsabili sono particolarmente manipolabili dai falsi profeti cantastorie, dagli ideologici incantatori di serpenti. Molte crisi non si superano perché la segreteria fa passare i cantastorie sbagliati o perché blocca quelli buoni - o perché fa entrambe le cose.

Non a caso a capo delle foresterie delle abbazie e dei monasteri si mettevano monaci e frati molto saggi e esperti: «La foresteria sia affidata a un monaco pieno di timor di Dio» (Regola di san Benedetto, cap. LIII). Nei delicati momenti di passaggio le comunità sagge devono capire quali sono gli uffici e le funzioni decisive, che non seguono quasi mai l’ordine formale dell’organigramma. In una buona organizzazione, la morfologia del potere non coincide con la morfologia della saggezza; e se le persone più sagge vengono collocate tutte nei ruoli apicali centrali ci si ritrova sguarniti nelle periferie, che sono i luoghi dei "poteri deboli" dove penetrano le malattie più gravi. La saggezza periferica è decisiva sempre, ma soprattutto quando si è circondati da falsi cantastorie in cerca di "re" da incantare. Anche perché i responsabili di OMI spirituali e religiose che si trovano a gestire delicatissime crisi di storie da raccontare, essenziali per poter tornare a incantare di nuovo i membri presenti e quelli futuri sperati, sono particolarmente esposti alla manipolazione narrativa dei falsi profeti. E più grave, diffusa e profonda è la crisi narrativa che si attraversa, più è facile che i fondatori e i responsabili credano alle promesse fantastiche dei cantastorie sbagliati. I "re" sono sempre molto sensibili all’eredità del loro regno. Hanno un bisogno vitale di capire quali sono i figli legittimi del loro "carisma". E quando, in tempo di crisi, non riescono più a riconoscerli semplicemente con lo sguardo, sono estremamente vulnerabili nei confronti di chi promette loro tecniche che sostituiscano gli occhi – le comunità si perdono quando falsi profeti impediscono ai fondatori/responsabili di capire quali sono gli autentici continuatori della loro vera storia.

È importante, poi, notare che nella novella l’imbroglio poteva essere scoperto subito se uno dei servitori che il re, quando era ancora dubbioso, aveva inviato per una prima verifica dei vestiti avesse avuto la libertà e il coraggio di dire semplicemente quello che vedeva, senza temere i costi e le punizioni della sua libertà degli occhi. Ma è proprio questo tipo di membri coraggiosi e liberi che scarseggiano nelle "segreterie" e attorno ai fondatori e dei massimi responsabili. Quasi sempre, infatti, questi finiscono per attorniarsi di "servitori" molto fedeli, ma senza la libertà e il coraggio per dire, semplicemente, le cose che vedono. Persone anche buone, ma mosse e manipolate dalla loro paura, anche quando è travestita da rispetto e persino da venerazione per i loro capi. È però proprio nel primo rapporto tra i servi inviati e il re dove l’ideologia si forma e inizia a operare. Non è sufficiente l’imbroglio del capo. L’ideologia è un rapporto, è un "male relazionale", che richiede due o più persone che iniziano a credere insieme nella stessa illusione e a dire di crederci. L’ideologia è una falsa credenza individuale che riesce a diventare credenza collettiva, detta a voce alta e in pubblico – alle ideologie non basta essere credute, per affermarsi devono anche essere dette pubblicamente e pubblicamente e reciprocamente ripetute.

Un altro ruolo decisivo lo svolgono poi i governatori e i ministri. Questi all’inizio non sono mossi tanto dalla paura (forse anche), ma dagli interessi. Anch’essi non dicono la verità sapendo di dire una bugia, ma perché, semplicemente, hanno l’incentivo a mentire. A questo punto il dispositivo ideologico è già operativo, e si diffonde nella popolazione semplicemente replicando la stessa paura e gli stessi interessi. Nelle storie vere c’è però una fondamentale differenza rispetto alla storia narrata dalla fiaba. Nelle vicende comunitarie reali ci sono molte persone capaci di vedere veramente i vestiti inesistenti. L’ideologia può diventare così potente da farci vedere un re nudo come se fosse vestito. E quando la quota dei vedenti in buona fede dei vestiti supera la quota di quelli che mentono (per paura e per interesse), la trappola ideologica diventa (quasi) perfetta. Si perde contatto con la realtà perché non si riesce più a distinguere cosa vediamo davvero da cosa vediamo grazie all’ideologia. Si vive, anche per molto tempo, in una realtà finta che alcuni ingenuamente e sinceramente vedono realmente e che altri, per interesse, dicono di vedere sapendo di non vederla. Il consumatore-produttore perfetto dell’ideologia è colui che crede che il mondo artificiale che vede sia realmente quello vero – come il Truman Show è il reality show perfetto che ogni tv vorrebbe, dove il protagonista vive la sua vita finta convinto che sia la sua vita vera.

Nel racconto di Juan Manuel l’incantesimo lo spezza un servo che, dice la fiaba, «non aveva nulla da perdere». Non avendo nulla da perdere, e forse perché voleva un po’ di bene al re ingannato, quello stalliere si trovò nelle condizioni di libertà di poter dire semplicemente la verità. Nella fiaba il re «insultò quel servo» che svelò la verità, ma gli altri concittadini del regno uno dopo l’altro uscirono dall’incantesimo e dall’inganno, scattò una reazione a catena all’incontrario, e i cialtroni fuggirono a gambe levate. Ma perché la storia umana, diversamente dalla fiaba, ci mostra pochissimi casi di comunità ideali che riescono a uscire dall’incantesimo ideologico? Chi i vestiti meravigliosi li vedeva realmente grazie agli occhi ideologici, non vuole tornare in una realtà vera, ma molto meno colorata di quella che "ha visto" per molto tempo e alla quale si è assuefatto – l’ideologia è una forma di doping, che garantisce prestazioni eccezionali e toglie l’incentivo di tornare alla fatica e al sudore degli allenamenti nelle strade in salita e ai risultati incerti. Inoltre, col passare degli anni, molti di coloro che all’inizio vedevano l’invisibile per interesse si sono progressivamente trasformati in vedenti sinceri, e la quota di vedenti in buona fede può arrivare a sfiorare la totalità. Infine, i pochissimi che sono rimasti coscienti del bluff ideologico sono anche coloro che più stanno guadagnando da quella commedia collettiva. L’ideologia è molto pericolosa anche perché una volta attivata si nutre di sé medesima, in modi diversi, ma convergenti.

Comunque, il lieto fine della favola racchiude un messaggio di speranza non-vana. Non è impossibile che anche fuori dal mondo delle fiabe una sola persona salvi tutti. Un "resto", una persona che nel tempo dell’illusione ha salvato la libertà del cuore e degli occhi. Come Noè. In certi momenti cruciali la "massa critica" è "1". Una sola persona che «non ha nulla da perdere», perché, magari, ha già dato tutto, o perché è riuscita a custodire la sua povertà. Le povertà in genere riducono la nostra libertà, ma, qualche volta, soltanto la povertà può generare una libertà diversa capace di liberare gli altri. E se poi dovessimo accorgerci che nella nostra terra desolata di queste persone povere non è rimasta neanche una, possiamo sempre sperare di diventarlo noi.

l.bruni@lumsa.it

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