martedì 4 aprile 2017

Il Papa delle «periferie» finora non aveva mai parlato dei «centri». Francesco lo ha fatto per la prima volta domenica 2 aprile davanti al duomo terremotato di Mirandola, durante la visita pastorale alla diocesi di Carpi e alle zone colpite dal sisma di cinque anni fa. È una novità perfettamente coerente con il suo magistero, ma in un certo senso apre prospettive nuove, soprattutto a noi che siamo abituati a veder trasformare tutto in slogan, frasi fatte o titoli a effetto.

La ricostruzione in Emilia ha curato molte ferite, ha detto Francesco, ma ora «è quanto mai importante un deciso impegno per recuperare anche i centri storici», perché proprio come le periferie i centri non sono solo luoghi fisici: «Essi sono i luoghi della memoria storica e sono spazi indispensabili della vita sociale ed ecclesiale», qualcosa che va recuperato e restituito, anche «per il bene comune». I due momenti più popolari della giornata emiliana del Papa, la Messa in piazza Martiri a Carpi davanti al duomo appena riconsegnato nel suo splendore, e il discorso al duomo di Mirandola ancora inagibile, ma che in estate vedrà l’inizio dei restauri, hanno reso perfettamente il senso di un messaggio che mentre ci racconta di spazi urbani e di edifici da ricostruire riesce a parlarci di fede, speranza e resurrezione.

Detto a comunità e popolazioni colpite da un terremoto, a Carpi come in Centro Italia, è più che tendere una mano, è accarezzare il cuore. Questa è la provincia che nel giorno di festa si alza e dalle sue «periferie» converge lentamente verso il «centro storico» dove c’è la memoria, la tradizione, la vita sociale, la chiesa, la Messa. Come si fa a non restaurare tutto questo? Solo una settimana prima, nella visita a Milano, parlando ai cresimandi nello stadio di San Siro, Francesco aveva consigliato alle famiglie di provare a imitare la gente di Buenos Aires, a « dominguear », 'fare domenica', cioè passare più tempo con i propri figli, andare a Messa e poi in un parco, magari insieme ad altre famiglie. La fede è anche passare del tempo così. Senza fretta, stress, impegni faticosi o altro.

È un’idea di festa forse un po’ antica, poco metropolitana e completamente diversa da quella che ad esempio ci viene proposta in questi giorni dal confronto sulle aperture domenicali di quei grandi templi del consumo che sono i centri commerciali, dove la vocazione al profitto sta spingendo a chiedere che i negozi restino aperti non più solo ogni domenica, ma anche in quella domenica decisiva che è la Pasqua. Una riorganizzazione dei tempi e della vita che ci avvicina più a un 'terremoto' che ai concetti di progresso, lavoro, sviluppo. Forse allora serve proprio avere le macerie davanti agli occhi per capire che cosa stiamo perdendo. Le periferie, come i centri storici, sono spazi delle nostre città e luoghi esistenziali allo stesso tempo.

Nell’omelia della Messa a Carpi Francesco ha chiesto alle migliaia di persone in piazza e alle famiglie con bambini che affollavano i parchi davanti ai maxischermi, ai cuori terremotati dell’Emilia e di tutto il mondo, di non restare intrappolati dalle macerie ma di «decidere da che parte stare». Nel Vangelo della resurrezione di Lazzaro che cos’è il sepolcro se non un edificio umano rovinato da un sisma? Eppure Gesù «non si fa imprigionare dal pessimismo». Ecco, decidere da che parte stare è scegliere.

Ognuno di noi dentro di sé ha un «piccolo sepolcro», ha suggerito il Papa, una ferita, un torto, un rancore, un peccato, e di fronte a questa grotta oscura che abbiamo dentro cosa facciamo? «C’è chi si lascia chiudere nella tristezza e chi si apre alla speranza. C’è chi resta intrappolato nelle macerie della vita e chi, come voi, con l’aiuto di Dio – ha detto Francesco – solleva le macerie e ricostruisce con paziente speranza». L’esempio coraggioso di gente operosa. Scegliere tra il sepolcro e Gesù è come rimettere a posto i pezzi di un cuore, di un «centro» umano terremotato. Togliere la pietra dal sepolcro è come posare la prima pietra di una rinascita. Il Papa delle periferie ci sta ricordando che la festa, la domenica, la Pasqua della resurrezione, è davvero ancora il nostro centro.

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