Ogni radicale divisione reca caos
giovedì 21 settembre 2017

«Nessuna conclusione di pace, che sia stata fatta con la riserva segreta della materia di una guerra futura può definirsi pace, ma rappresenterebbe solamente un armistizio. Chi è ospite non può minacciare o disgregare l’esistenza dello Stato in cui è ospitato, ma nello stesso tempo si garantisce all’ospite, fino a quando dimostra un comportamento pacifico, il diritto di non essere trattato ostilmente». Così scriveva Immanuel Kant nel 1795 nel suo Per la pace perpetua, insuperato quanto utopico edificio morale e politico che ben poco effetto tuttavia ebbe su re e governanti.

Osservando oggi alcuni fra i più recenti teatri di conflitto, quello catalano che invoca la secessione attraverso un referendum negato dalle leggi spagnole, quello fra le due Coree, separate da mondi e barriere ideologiche apparentemente insormontabili, quello americano, dove il nuovo presidente ripristina una versione accorciata della Dottrina Monroe all’insegna dello slogan "America First" abbiamo conferma della distanza che intercorre fra l’utopia e la realtà.

Ma abbiamo anche una significativa dimostrazione di come tutto ciò che è divisione, rottura, isolamento porti fatalmente alla discordia, al conflitto, e in ultima analisi alla guerra. Cominciamo da lui, da Donald Trump. Sono passate poche ore dal lungo discorso tenuto davanti ai 190 membri dell’assemblea generale dell’Onu, ma quelle parole – quell’invettiva cruda e irrevocabile contro Pyongyang, nei confronti dell’Iran, all’indirizzo di quei poteri autoritari «che vogliono il collasso di valori, sistemi, alleanze che hanno spinto il mondo verso la pace dopo la Seconda guerra mondiale» – altro non sono che il manifesto del neo-patriottismo nascosto nelle viscere dell’"America First" inaugurato dalla vittoria a sorpresa di un outsider che ha dato voce alla frustrazione della middle class in crisi. In altre parole, un manifesto di discordia e di isolamento ammantato di buoni propositi: l’opposto della difesa ragionevole e forte della pace fondata sui pilastri di verità, giustizia, amore e libertà ricordati al mondo da Giovanni XXIII nella Pacem in terris. Non è da meno la Corea del Nord.

La deriva che ha imboccato il suo giovane dittatore circondato da batterie di missili balistici è un rischiosissimo chicken-game, (chi si fermerà per primo in questo gioco suicida ai bordi del precipizio?) del quale si fa fatica a scorgere la finalità: entrare a pieno titolo nel club atomico finora monopolio dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aderenti al Trattato di non proliferazione nucleare, cui si debbono aggiungere – ufficiosamente – India, Pakistan e Israele? Di fatto è quello che è accaduto: la Corea del Nord è già una potenza nucleare, con una sua deterrenza. Minacciarsi vicendevolmente accresce solo il pericolo.


Il terzo esempio ci è più vicino. Giusto ieri l’Europa ha assistito a un blitz della Guardia Civil con perquisizioni, arresti, irruzioni nei dipartimenti dell’economia, degli esteri, del lavoro, degli affari sociali, del welfare, delle telecomunicazioni, delle imposte e - dulcis in fundo - nella sede della Generalitat. E non siamo nella Turchia di Erdogan all’indomani del fallito golpe e nemmeno nel Venezuela di Nicolás Maduro, ma soltanto nella Catalogna malata di indipendentismo nella sua fase più virulenta e decisa a oltranza a recarsi alle urne il 1 ottobre per proclamare il proprio distacco dal governo centrale. Un irredentismo che con troppa facilità si ammanta di leggenda suscitando comprensibile solidarietà in chi (in testa a tutti il leader di Podemos Pablo Iglesias) intravede nella ferma reazione del premier Mariano Rajoy – che come Creonte a Tebe applica la legge difendendo l’integrità della nazione – un tardivo sussulto del franchismo: perché inevitabilmente la "Catalexit" risveglia quei mai sopiti ricordi che da sempre si annidano con rancore nel cuore segreto della Spagna.

Come quello di Luis Companys, capo della Generalitat durante la guerra civile, fuggito in Francia all’arrivo dei franchisti e quindi arrestato dalla Gestapo e ricondotto in Spagna, dove fu fatto fucilare dal Generalissimo nella fortezza di Montjuic. Con il risultato che la Catalogna fu cancellata dalla carta geografica, il suo idioma vietato per legge. Figli della discordia e dell’unilateralismo, molti dei roghi che bruciano nel mondo potrebbero essere sopiti e poi spenti attraverso la mediazione e il dialogo. E non bisogna credere che si tratti sempre di un’utopia.

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