martedì 23 dicembre 2014
I ricercatori della Northwestern University, Illinois, Stati Uniti, sono riusciti a fotografare, è notizia di pochi giorni fa, l’istante del concepimento, quando il gamete maschile penetra nell’ovocita materno, e inizia una vita. Quest’attimo, colto da una sofisticata tecnologia nel corso di una fecondazione in vitro, ha rivelato che al principio della vita corrisponde una esplosione di luce: milioni di atomi di zinco che liberano la loro energia producono come degli infinitesimali fuochi d’artificio, in più sequenze, tali che – hanno scritto i ricercatori – «è bello da vedere, sembra quasi una sinfonia». Subito dopo, però, alla Northwestern University hanno ipotizzato che l’intensità di questi lampi possa fornire indicazioni circa la vitalità dell’embrione concepito, e dunque facilitare quella selezione del forte e del sano, cui la tecnica della fecondazione assistita si applica con dedizione e senza alcun dubbio etico. Invece in un profano come noi, che incontri quelle immagini sul web, i bagliori del principio della vita, prima d’oro e poi declinanti nel verde e ancora nell’indaco, suscitano meraviglia: la vita comincia con la luce, anzi la luce stessa annuncia, in un’aurora improvvisa e abbagliante, che un nuovo bambino comincia a formarsi. E questo, e in questi giorni soprattutto, ci fa pensare. Venti secoli di cristianesimo sono iniziati a Betlemme, nella simbologia della luce: la stella, o forse la congiunzione di pianeti che i Magi inseguirono nel loro cammino da Oriente, fu il primo segno fisico dell’avvento del Dio bambino. Segno che è rimasto nei millenni, e nelle diverse culture. Ovunque si vada in questi giorni, in Occidente e non solo, ovunque il cristianesimo sia passato, le città e le case brillano di luci. Anche nei Paesi più secolarizzati, dove della tradizione cristiana è rimasto ben poco, una memoria permane, antica e profonda: luce. Il Natale, è festa della luce. La data del 25 dicembre poi, immediatamente seguente il solstizio d’inverno e dunque, nell’emisfero settentrionale, la massima durata della notte, coincide nelle nostre terre con il vertice del freddo e del buio – sono quei giorni di fine dicembre in cui il sole pallido già alle quattro di pomeriggio scema, e il mondo sembra dovere essere governato dall’oscurità, per sempre. Proprio in questi giorni di lunga ombra la tradizione cristiana pose la natività di Cristo, nel segno della stella, della luce che sorge e si leva dal fondo delle tenebrose notti d’inverno, metafora trasparente della morte. Dunque, di tutti i segni dell’avvento di Cristo, il più antico e fedele è la luce; e colpisce che, ora che gli uomini con la loro scienza sono riusciti a fermare l’istante primo della vita, quell’attimo si riveli essere proprio un intenso lampo di luce. Come se luce e vita dall’eternità fossero intimamente connesse, l’una figura dell’altra. Come se le immagini che oggi descrivono il momento del concepimento e quindi la scintilla della vita, riecheggiassero una sapienza, sacra e popolare, anteriore. Che da duemila anni ci tramanda la memoria della luce che annunciò il primo vagito di Cristo, nel fondo di una notte in Palestina; e di uomini che si incamminarono da molto lontano, avendo visto in una stella del firmamento il segno della nascita di un Re. Parlava, quella stella, una lingua remota e forse da sempre radicata in noi, scritta nei geni che eravamo tanto lontani dallo scoprire: luce e vita procedono insieme e, apprendiamo nell’anno 2014, fin dal primo istante di un uomo. Come un alfabeto decifrato e fotografato – eppure così innato in noi, che diremmo che, in fondo, lo conoscevamo già.
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