sabato 10 marzo 2018

Il colpo di scena arrivato dalla Corea del Nord, con l’annuncio che il dittatore Kim Jong-un sarebbe disposto a incontrare Donald Trump e a concordare con lui l’interruzione del programma nucleare militare del proprio Paese, è di quelli che dovrebbero essere accolti con entusiasmo. La svolta è radicale e si è prodotta in un lasso di tempo assai breve.

Meno di sei mesi fa, il 17 settembre, il presidente Trump all’Assemblea Generale dell’Onu minacciava di «distruggere la Corea del Nord» che a sua volta, in agosto, aveva annunciato l’intenzione di lanciare un missile sull’isola americana di Guam. Per fortuna erano seguite solo salve di insulti («lattante malato», «vecchio», «guerrafondaio», «grasso», «rocket man»), ma in gennaio si era tornati a parlare di guerra atomica con il famoso scambio sui pulsanti: Kim Jong-un aveva detto «Il pulsante nucleare è sempre sulla mia scrivania» e Trump aveva risposto «il mio pulsante nucleare è molto molto più grande del suo, e funziona!».

Poi l’accelerazione. Le Olimpiadi invernali in Corea del Sud offrono agli occhi del mondo gesti di distensione clamorosi. Dopo i Giochi, i contatti tra le due Coree prendono slancio politico, il Sud manda al Nord una delegazione di alto profilo e il consigliere per la sicurezza nazionale del Sud, Chung Eui-yong, incontra a lungo Kim. Dai colloqui esce la decisione di far incontrare in aprile il presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, con il dittatore di quella del Nord, Kim Jong-un. Il quale, proprio tramite i diplomatici del Sud, propone infine a Trump il summit di cui si diceva. Dalla catastrofe alla distensione in qualche settimana.

Un soldato sudcoreano guarda sullo schermo la notizia del possibile incontro tra Trump e Kim (Lapresse)

Un soldato sudcoreano guarda sullo schermo la notizia del possibile incontro tra Trump e Kim (Lapresse)

Se pace sarà, avranno vinto tutti. Trump potrà dire (e già lo fa) che intransigenza e grinta, minacce e sanzioni hanno ottenuto l’effetto sperato. Kim che i missili e gli esperimenti nucleari servivano non ad aggredire, ma a difendersi, che la Corea del Nord vuole solo la pace. Moon Jae-in, il presidente del Sud, che tenere salda la strategia del dialogo senza appiattirsi sulle posizioni Usa alla fine ha pagato. Mentre Shinzo Abe, il premier del Giappone che ha riarmato il Paese anche per rispondere a Kim, potrà sostenere l’esatto contrario: l’asse militar-diplomatico con gli Usa ha funzionato. E il mondo tirerà un sospiro di sollievo.
Troppo bello per essere vero, forse. E infatti intorno a questa svolta si respira l’aria di un certo scetticismo. Colpisce l’atteggiamento di Cina e Russia, per lungo tempo impegnate a gettar acqua sul fuoco dello scontro e ora molto, troppo silenziose. E poi c’è un precedente che mette tutti in sospetto, quello del Leap Day Agreement (l’Accordo del giorno bisestile, perché siglato il 29 febbraio 2012) che fu uno degli smacchi di Barack Obama in politica estera.

La Casa Bianca aveva ipotizzato l’Accordo con Kim Jong-il, sulla base di un baratto: imponenti forniture alimentari in cambio della fine del programma missilistico nordcoreano. Poco dopo, però, Kim Jong-il era morto e gli era succeduto Kim Jong-un, l’attuale dittatore, che si era affrettato a lanciare due missili e a tenere il primo dei suoi esperimenti nucleari sotterranei. Il clamoroso voltafaccia gli era servito per tenere buoni i generali del padre e dare legittimità al proprio, fresco potere.

Così gli americani adesso si chiedono: e se Kim Jong-un facesse oggi la stessa manovra? E se la situazione interna della Corea del Nord, tra follie dell’economia pianificata e sanzioni, fosse così critica da imporgli una svolta opposta, "pacifista" ma dettata dallo stesso bisogno di riguadagnare consenso? Se non fosse che un tentativo di prendere tempo? Dopo tutto, Kim ha raggiunto quasi tutti i suoi scopi. Ha sviluppato missili capaci di raggiungere le Hawaii e i servizi segreti americani dicono che ha la capacità tecnica di miniaturizzare ordigni atomici. Per questo Trump si affretta a ribadire che le sanzioni restano in vigore.

Tutti vogliono la prova provata della sincerità dell’altro, cosa ovviamente impossibile. Diventa quindi cruciale il ruolo di Moon Jae-in, il presidente della Corea del Sud. È stato lui a innescare il ciclo virtuoso, prendendosi qualche rischio. Mike Pence, il vicepresidente americano, rifiutò di partecipare alla cena ufficiale delle Olimpiadi perché erano presenti i delegati della Corea del Nord. Uno sgarbo a Moon e un segnale di sfiducia nella sua politica da parte dell’alleato decisivo per la sicurezza della Corea del Sud.

Ora però è Moon a dare le carte. Kim e Trump si parlano solo attraverso di lui. E sarà ancora lui, incontrando Kim in aprile, a costruire la successiva trattativa tra lo stesso Kim e Trump. Posizione forse scomoda ma redditizia. Se i due andranno allo scontro, sarà colpa loro. Se troveranno un accordo il merito sarà di Moon.

© Riproduzione riservata