sabato 16 febbraio 2019
In chiave sussidiaria occorre aggregarsi non per sostituire lo Stato ma per ricucire le maglie di fiducia della società che oggi sono sfibrate
Il tempo di un nuovo slancio dei soggetti sociali sui territori
COMMENTA E CONDIVIDI

«Non si può avere fiducia passiva nella Provvidenza, né mai bisogna perdere il contatto con gli ideali», affermava il servo di Dio don Luigi Sturzo il 20 settembre 1946, a due settimane dal rientro in Italia, dopo un esilio forzato lungo 22 anni. Ricorrendo il centenario dell’«Appello ai Liberi e Forti» ci chiediamo se sia possibile rivitalizzare lo straordinario patrimonio ideale promosso da Luigi Sturzo, per dare nuova cittadinanza a quell’umanesimo ordinato secondo lo spirito cristiano fortemente voluto e testimoniato dal prete di Caltagirone. Dal suo esilio londinese – nel giugno 1938, giudicando le rivoluzioni che la storia coeva aveva drammaticamente registrato (la socialista, la nazi-fascista, la messicana – così si esprimeva: «Per noi, la prima, vera, unica rivoluzione fu quella del cristianesimo. Cristo portò in terra un Vangelo che ripudia qualsiasi pervertimento e oppressione umana, qualsiasi predomino del mondo sullo spirito. La vera rivoluzione comincia con una negazione spirituale del male e una spirituale affermazione del bene. In pratica ciò procede lentamente, ma è una costruzione sicura, un edificio con profonde fondamenta e perciò stabile» (“ The preservation of the Faith”). L’«Appello ai Liberi e Forti» rappresenta prima di ogni cosa una riaffermazione ragionevole e vitale della fede e dell’identità cristiana.

Rifare il tessuto spirituale della società umana è la nostra missione in un momento storico in cui sembra sempre più evidente lo smarrimento dell’originalità cristiana. Un’urgenza non diversa da quella avvertita da don Sturzo, il quale individuò chiaramente le ragioni di una crisi che, ieri come oggi, hanno lo stesso comune denominatore: separare, contrapporre cristianesimo e umanesimo. Scriveva, infatti, il prete di Caltagirone: «L’errore moderno è consistito nel separare e contrapporre Umanesimo e Cristianesimo: dell’Umanesimo si è fatto un’entità divina; della religione cristiana un affare privato, un affare di coscienza o anche una setta, una chiesuola di cui si occupano solo i preti e i bigotti. Bisogna ristabilire l’unione e la sintesi dell’umano e del cristiano; il cristiano è nel mondo secondo i valori religiosi; l’umano deve essere penetrato di Cristianesimo» (“Miscellanea londinese”, vol. III).

Dell’Appello occorre non trascurare, anzi porre a fondamento degli altri 11 punti, l’ottavo punto del programma del Partito Popolare Italiano: «Libertà e indipendenza della Chiesa nella piena esplicitazione del suo Magistero spirituale. Libertà e rispetto della coscienza cristiana considerata come fondamento e presidio della vita della nazione, delle libertà popolari e delle ascendenti conquiste della civiltà nel mondo». Sono queste parole che risuonano oggi come una profezia. Una grande tragedia del nostro tempo trova un paradigma dominante nella separazione dell’etica dalla metafisica, dell’etica dallo spirituale, con il ri- sultato che separando il senso morale dal valore dell’esistere si perde la tensione verso le virtù, si smarrisce il senso del dovere, del sacrificio, della responsabilità, del bene comune, della comunione interumana.

Guardando all’insegnamento di don Luigi Sturzo e ai princìpi fondamentali che ispirarono i suoi scritti e le sue battaglie sociali e politiche, io ritengo che non ci sia pericolo peggiore, per la coscienza sociale di un popolo, che l’insensibilità del popolo stesso di fronte al dilagare dell’immoralità. È paradossale che l’insensibilità al male, l’assuefazione ai mali sociali che denigrano la dignità della persona e mortificano il valore di una comunità umana, si vadano giustificando con l’idea che sia sinonimo di modernità una vita pubblica moralmente inquinata, in cui vera libertà è autonomia da ogni legge morale o da ogni verità, è l’affermarsi del bene individuale su ogni bene oggettivo, sul bene comune. Occorre ricordare che Sturzo aggettivava “cristiana” la nostra democrazia nel senso che “delimitava”, arginava in nome di princìpi saldi, eticamente validi, il dilagare dell’immoralità pubblica e privata. Affermava don Luigi: «L’aggettivo “cristiano” non indica l’idea di uno stato confessionale, né di un regime teocratico. Indica invero un principio di moralità, la morale cristiana applicata alla vita pubblica di un Paese» (“L’Italia”, 3 novembre 1951). la morale cristiana che autentica i rapporti di fraternità fra gli uomini e fra i popoli. Senza una morale religiosa, senza un rimando ai valori spirituali, la morale razionale rimarrà solo nell’ordine materiale, umano, e presto scadrà nel calcolo, nel vantaggio immediato, nell’egoismo, nell’individualismo, nella sopraffazione.

Era questo il “segreto manifesto” dei grandi padri della democrazia europea ai quali, con don Luigi Sturzo, continuamente si rivolge la nostra memoria; era la cifra più alta e significata del loro essere “laici cristiani” nella storia umana. Sturzo esortava a un «riarmo morale» nel desiderio di spingere tutti, credenti e non credenti, a combattere le passioni che dentro di noi causano odi, lotte, egoismi, violenze. Era per lui il trionfo dell’amore. Così lo esprimeva: «Si può essere di diverso partito, di diverso sentire, anche sostenere le proprie tesi sul terreno politico ed economico, e pure amarsi cristianamente. Perché l’amore è anzitutto giustizia ed equità, è anche eguaglianza, è anche libertà, è rispet-È to degli altrui diritti, è esercizio del proprio dovere, è tolleranza, è sacrificio. Tutto ciò è la sintesi della vita sociale, è la forza morale della propria abnegazione, è l’affer-mazione dell’interesse generale sugli interessi particolari» (“Il Cittadino di Brescia”; 30 agosto 1925).

Per un cristiano, il bene comune nasce dalla capacità di rendere socialmente visibile il contenuto morale della fede: finché non sapremo rimpatriare questa verità, noi continueremo a permettere la canonizzazione dell’individualismo e degli interessi di parte, di pochi, di alcuni. Occorre un sentimento più alto perché i motivi d’interesse, di orgoglio e di dominio che disintegrano la vita sociale siano repressi e contenuti, per potere così sviluppare sentimenti di amicizia, collaborazione e aiuto reciproco. Teniamo a mente queste tre parole: erano per don Luigi la “cifra” della nostra laicità cristiana; come egli sosteneva il «metodo cristiano » applicabile in ogni tempo e in ogni situazione.

L’Italia può ancora contare, più di molti altri Paesi al mondo, del nostro Primo mondo occidentale, su una società civile ricca di fermenti ideali, culturali, economici: reti sociali, movimenti, associazioni, comunità. Sono una straordinaria forza “prepolitica” capace di riaffermare ideali e valori in modo vitale e tradurli in buone prassi. Nel tempo della crisi non è lecito rassegnarsi a una sorta di “recessione dello spirito”. Non basta cercare di rimuovere le “diseguaglianze sociali” per creare una società più giusta. Nell’era della globalizzazione la sfida è non mortificare le differenze, ma esaltarle nella fraternità, riconciliando gli opposti e dando vita a una nuova “soggettività sociale”, a una nuova progettualità. Un “mandato” ricevuto da papa Francesco, in occasione del V Convegno nazionale delle Chiese d’Italia: «Non esiste umanesimo autentico che non contempli l’amore come vincolo tra gli esseri umani, sia esso di natura interpersonale, intima, sociale, politica o intellettuale. Su questo si fonda la necessità del dialogo e dell’incontro per costruire insieme con gli altri la società civile… La società italiana si costruisce quando le sue diverse ricchezze culturali possono dialogare in modo costruttivo: quella popolare, quella accademica, quella giovanile, quella artistica, quella tecnologica, quella economica, quella politica, quella dei media…

Ricordatevi inoltre che il modo migliore per dialogare non è quello di parlare e discutere, ma quello di fare qualcosa insieme, di costruire insieme, di fare progetti: non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà. E senza paura di compiere l’esodo necessario a ogni autentico dialogo… La Chiesa sappia anche dare una risposta chiara davanti alle minacce che emergono all’interno del dibattito pubblico: è questa una delle forme del contributo specifico dei credenti alla costruzione della società comune» (Firenze, 10 novembre 2015). O norare l’«Appello ai Liberi e Forti» significa, oggi come allora, dare slancio a nuove e concrete esperienze di “sussidiarietà orizzontale”, in cui i soggetti sociali radicati e diffusi sul territorio si aggreghino tra loro non per sostituirsi allo Stato, ma per ricucire le maglie di fiducia sociale sfibrate, provando a occupare quegli spazi di dialogo e di sviluppo in cui lo Stato si mostra inadeguato. Serve, però, un supplemento di passione. Le nostre società stanno perdendo la capacità di essere misericordiose e benevole. Nel tempo della crisi non può essere in crisi la responsabilità per il futuro dell’uomo. Così ancora ci esorta Francesco nella sua Enciclica sociale: «Occorre sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo, che vale la pena di essere buoni e onesti. Già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà, ed è arrivato il momento di riconoscere che questa allegra superficialità ci è servita a poco. Tale distruzione di ogni fondamento della vita sociale finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi, provoca il sorgere di nuove forme di violenza e crudeltà e impedisce lo sviluppo» ( Laudato si’, 229).

Presidente “Fondazione Casa Museo Sturzo” in Caltagirone

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: