sabato 11 aprile 2009
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«Cristo è in agonia tra di noi e nei nostri tempi». Il Calvario dei cristiani dell’India si è materializzato così, ieri sera, nella Via Crucis guidata da Benedetto XVI al Colosseo. Le bellissime meditazioni scritte dall’arcivescovo di Guwahati, Thomas Menamparampil, ci hanno permesso di sentire vicina la voce profondamente evangelica di questa Chiesa che – da sedici mesi, ormai – vive nella sofferenza. Vicina nonostante la distanza, non solo geografica, che ci separa da una realtà come quella indiana. La Via Crucis di ieri sera ci ha portato con la mente e con la preghiera accanto ai cristiani dell’Orissa, lo Stato orientale dove più cruente sono state le violenze. Abbiamo sostato con la Croce nel distretto di Kandhamal, dove in occasione del Natale 2007 cominciò l’ondata di odio alimentata dai fondamentalisti indù. Un dramma che ha lasciato dietro di sé 130 morti accertati, un centinaio di chiese distrutte, migliaia di case bruciate. Oggi sono ancora tremila le persone che vivono nei campi profughi perché non possono ritornare da cristiani nei loro villaggi. Ma molte di più sono quelle che hanno vissuto la loro Via Crucis abbandonando per sempre il distretto di Kandhamal e andando a stabilirsi nelle baraccopoli di qualche metropoli indiana. Ci ha ricordato questo dramma la celebrazione di ieri sera al Colosseo. E non poteva esserci momento più opportuno. Perché in questa Pasqua i cristiani dell’India stanno vivendo una vigilia importante: da giovedì prossimo, infatti, l’India va alle elezioni per il rinnovo del Parlamento federale di New Delhi. In un Paese che chiama al voto ben 710 milioni di elettori la macchina elettorale è complessa: si vota in cinque turni, zona per zona, nell’arco di un mese. E giovedì si comincia proprio dall’Orissa. È una tornata elettorale molto delicata per un’India in cui le tensioni ultimamente sono tornate a crescere in maniera preoccupante. Lo si è visto nel distretto di Kandhamal, dove i fanatici dell’hindutva (il movimento nazionalista indù) si sono scagliati in maniera violenta contro i cristiani, 'rei' di operare conversioni tra quanti rimangono ai margini anche nell’India del boom economico. Ma lo si vede, ad esempio, anche nello Stato dell’Assam, quello dell’arcivescovo Menamparampil, da tempo sconvolto dagli attentati di un movimento indipendentista locale: proprio in questa settimana ci sono stati dieci morti. E poi c’è il terrorismo musulmano – portato alla ribalta in novembre dalle stragi di Mumbai – che mette il dito nella piaga dei rapporti tra gli indù e gli islamici. Non a caso questa campagna elettorale in India è stata dominata dalle affermazioni razziste e violente di Varun Gandhi – un nipote di Indira Gandhi, passato col rivale partito nazionalista Bjp – che giura sulla Bhagavad Gita di tagliare le mani a chiunque rifiuti di riconoscere l’identità indù dell’India. Parla, dunque, di un Paese intero alle prese con la difficoltà di mantenere salda la propria identità plurale il Calvario dei cristiani dell’Orissa. E dice anche quanto la battaglia di giustizia che da molti mesi qui la Chiesa sta conducendo sia decisiva non solo per il piccolo gregge dei cristiani (circa il 3 per cento della popolazione) ma per il futuro di tutti in India. Nelle meditazioni di ieri sera l’arcivescovo Menamparampil ha citato la non violenza di Gandhi, un verso di Tagore, la dedizione ai poveri di Madre Teresa e persino la sapienza delle Upanishad, uno dei testi sacri della tradizione indù. È stata la risposta più chiara a quella parte fanatica del mondo indù che a New Delhi guarda ai cristiani come a una religione straniera. La Chiesa ha fiducia nell’India. Si sente a casa nella sua storia e nella sua cultura. Per questo, in questa Pasqua così particolare, non smette di annunciare anche a chi è rimasto tagliato fuori dal 'miracolo indiano' il suo messaggio di speranza.
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