domenica 12 novembre 2017

Che cosa c’è dentro e dietro la povertà di Roma Viene da chiedersi come sia stato possibile. Com’è possibile che una capitale come Roma si sia ridotta nelle condizioni descritte nel Rapporto della Caritas diocesana. Quali variabili nefaste hanno congiurato nel produrre tanto malessere nella città, tanta emarginazione, tanta fragilità? Di chi è la colpa? Di chi la responsabilità se Roma rivela tanto malessere nascosto, tanti poveri invisibili ai più? Il Rapporto sulla povertà a Roma 2017 non lascia adito a dubbi e distinguo: oltre gli homeless che riparano ovunque, nei parchi pubblici, come negli androni dei palazzi, c’è un popolo silenzioso che prova a barcamenarsi tra affitti troppo alti e lavori precari, vere e proprie forme di sfruttamento.

Un popolo che ha superato quel tipo particolare di pudore sociale che ci impedisce di mostrare la nostra debolezza e che si rivolge ai centri d’ascolto diocesani e parrocchiali in cerca di aiuto. E quanti sono quelli che proprio per quella ritrosìa non riescono a chiedere e si rinserrano nella solitudine delle loro case, cui solo la generosità dei volontari parrocchiali riesce a portare conforto ed aiuto.

Uomini in giacca e cravatta ,ragazzi in jeans e maglietta, giovani coppie dall’aria 'normale' che potrebbero sembrare famigliole senza problemi: sono persone che hanno appena perso il posto di lavoro o che lavorano in nero con una paga miserabile, magari anche prendendosi un carico di responsabilità significativo. Ebbene, che la città sia stata amministrata malamente da tanti, troppi anni è una conclusione lapalissiana. Il fatto è che non è pensabile immaginare che per chissà quale congiunzione astrale si siano succeduti amministratori di diverso colore politico più votati ai propri interessi di fazione che a costruire il benessere di una città tre volte capitale (d’Italia, dell’Arte, della Cristianità). Cercare il capro espiatorio unico può essere uno sport appassionante al bar, ma non può bastare a una riflessione che voglia essere minimamente razionale.

Quante sono state le responsabilità, quanti i soggetti coinvolti, quante le mancate denunce, le abdicazioni facili, il ricorso continuo a un cinismo lieve e solo apparentemente inoffensivo? No, non ci si vuole qui ergere a giudici né fare la morale, ma se tante e impreviste sono le povertà vuol dire che tanti sono stati i campi in cui la classe dirigente si è mostrata quantomeno imprevidente. Una classe dirigente che lo ricordiamo non è fatta solo di responsabili istituzionali ,ma anche di intellettuali, opinionisti, giornalisti: quanti hanno responsabilità nel costruire l’opinione pubblica, quanti hanno capacità di influenzare e orientare la cultura collettiva. Sono decenni, per fare un esempio, che le tv commerciali e non solo del nostro Paese gareggiano nel diffondere volgarità e violenza; possiamo credere che tutto questo non abbia influito sull’orientamento evasivo e consensuale di un’intera generazione, che ha prodotto poi una classe dirigente omogenea a quella cultura? E quanto le cordate e le camarille (legittime, per carità) nel mondo della conoscenza e della cultura, come pure dell’università, hanno congiurato nella liceizzazione di un’intera generazione di docenti universitari? Si dirà, ma che c’entra? Com’è possibile che un concorso universitario truccato o un premio letterario dato all’amico di casa editrice possano influire sulla povertà di una città? Sulla solitudine, sull’abbandono a sé stesse di tante, troppe persone?

Ebbene bisogna essere ciechi o molto cocciuti per non vedere quella che è ormai un’evidenza: un modello culturale basato su disvalori, una mentalità collettiva che premia i furbi e i disonesti, che parteggia per gli arroganti, che si identifica con i presuntuosi non può che produrre disattenzione, indifferenza, mancanza di empatia nei confronti di quelli che soffrono. Se invece di scrivere a raffica (ma come fanno a scrivere un libro l’anno oltre tutto il loro lavoro) gli intellettuali di casa nostra si fossero impegnati in inchieste serie, di servizio pubblico come si diceva una volta? E possibile che ingegneri e architetti di alto livello non siano riusciti a influenzare minimamente le infrastrutture della città, le opere innovative, i centri per la crescita culturale di un’intera collettività?

Il politico ha certamente le sue responsabilità, ma chi ha talenti deve farsi avanti, per dare in umiltà e in spirito di servizio il suo contributo e invertire un declino che sembra inarrestabile. Noi cristiani abbiamo una specialissima responsabilità e dobbiamo raccogliere l’invito di papa Francesco a uscire dal nostro mondo rassicurante per andare incontro all’altro, sperando che le istituzioni sappiano raccogliere a loro volta, la risorsa d’esperienza umana del volontariato, non cedendo alla tentazione della delega, ma mettendosi veramente in ascolto per costruire insieme.

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