venerdì 26 aprile 2013
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«Chiedo perdono in ginocchio a nome del mio Paese per il crimine commesso a Srebrenica». Nel momento in cui al suo interno ha soprattutto la cattiva fama di arcigno controllore dei conti mentre la crisi toglie spazi di benessere e di futuro ai giovani, all’esterno l’Unione Europea pare ancora capace di quel potere d’attrazione e di pacificazione che l’ha caratterizzata per molti anni. Sembra spiegarsi in questo modo l’inattesa e sorprendente dichiarazione del presidente serbo a 18 anni dalla peggiore strage avvenuta nel continente dopo la Seconda guerra mondiale. Tomislav Nikolic è il presidente più nazionalista visto a Belgrado dopo Slobodan Milosevic, sebbene da posizioni di destra rispetto all’erede dell’atipico comunismo jugoslavo, che lo mise persino in carcere prima di formare una coalizione in funzione anti–Nato.Già alleato dell’estremista cetnico Vojislav Šešelj, dopo i conflitti balcanici Nikolic aveva tentato più volte di conquistare la guida della Repubblica, sempre sconfitto dal moderato Boris Tadic. La sua svolta europeista risale al 2008, quando ruppe con il fronte più apertamente anti–occidentale e fondò il Partito progressista serbo. Nella scorsa primavera la terza corsa per la presidenza, coronata dal successo per pochi voti al ballottaggio. Nikolic, intervistato da una televisione bosniaca, non ha varcato la “linea rossa” dei fantasmi nazionali, costituita dall’ammissione del genocidio perpetrato ai danni della componente musulmana, tra il 1992 e il 1995, dalle forze guidate dal generale Ratko Mladic, oggi sotto processo all’Aja.Nemmeno il Parlamento di Belgrado tre anni fa s’era spinto, nella sua risoluzione di scuse per il massacro di ottomila cittadini maschi nel luglio del 1995, fino a quel punto, che implicitamente porrebbe i crimini di guerra serbi sul piano (qualitativo) di quelli hitleriani o staliniani.Srebrenica fu anche una pagina nera per l’Onu e per la «responsabilità di proteggere», la quale è in capo alla comunità internazionale, come ricordò Benedetto XVI intervenendo alle Nazioni Unite nel 2008. La città era infatti affidata ai caschi blu olandesi, che però restarono inerti, nell’ambiguità del mandato loro affidato. Eppure, se allora anche militari europei non fecero fino in fondo il proprio dovere di fronte all’eccidio, è oggi l’idea (e la meta) di Europa come entità unita e pacificata, mercato comune e struttura politica condivisa, a sollecitare un processo di riavvicinamento tra Serbia e Bosnia che si nutre dell’ammissione delle colpe passate.Venerdì scorso la delegazione di Belgrado ha compiuto un altro storico passo firmando un’intesa con il Kosovo, che ancora non riconosce come Stato a 5 anni dalla proclamazione dell’indipendenza. E pure in quel caso a favorire il raggiungimento di un faticoso accordo teso a superare il contenzioso fatto di un conflitto (1996–1999, risolto dall’intervento Nato), di pulizie etniche e odi radicati è stata la mediazione della Ue e la prospettiva sia per Pristina sia per la Serbia di avvicinarsi a Bruxelles.Economie deboli e bisognose di un’integrazione, diranno gli analisti più cinici, costrette a fare buon viso a cattivo gioco in una congiuntura durissima. Vogliamo tuttavia credere che non ci sia solo mero calcolo nel volersi unire al sogno europeo che lungimiranti statisti, in maggioranza di ispirazione cristiana, seppero costruire quasi 60 anni fa sulle macerie di una guerra devastante, facendo riabbracciare popoli e nazioni che fino a un decennio prima si erano combattuti sin quasi all’annientamento. Si può nutrire ancora qualche dubbio sulla completa sincerità di Nikolic e sulla capacità di seppellire ostilità inveterate anche da parte di Kosovo e Bosnia, sotto lo stesso tetto comunitario.Questi avanzamenti, in ogni caso, restano significativi per i Paesi che li compiono e dovrebbero essere anche uno stimolo per l’anemica Europa attuale a ritrovare l’orgoglio e la forza aggregante dei suoi anni migliori. Quelle virtù un po’ annacquate per chi già ne gode, ma a cui chi è fuori continua ad ambire.
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