Eutanasia, prostituzione, cannabis: tre ferite in un colpo solo
sabato 11 maggio 2019

Legalizzare l’eutanasia, la prostituzione, la cannabis. Sono le tre proposte che in una sola giornata – giovedì – sono risuonate nel rumoroso ring pre-elettorale, arrivando a destinazione come altrettante sberle al cittadino-elettore che ancora non si rassegna a liquidare le dichiarazioni di giornata come battute estemporanee, da digerire e dimenticare. Proprio no. Primo, per via delle materie, nevralgiche per definire che società vogliamo essere e allergiche ai colpi d’ascia con le quali si pretende di risolverle.

E poi, per il calibro dei proponenti di ciascuna di esse, vale a dire i leader delle tre forze politiche accreditate dagli ultimi sondaggi del più ampio consenso presunto, per un totale che sfiora il 77% delle intenzioni di voto. Vuol forse dire, allora, che tre italiani su quattro vogliono la morte a richiesta, la riapertura delle case chiuse o la droga leggera in tabaccheria (se non tutt’e tre le soluzioni insieme)? Affermarlo sarebbe disonesto, almeno quanto ignorare che all’interno del Pd, della Lega e di M5s le posizioni su questi e altri temi di grande impatto sulle coscienze non sono certo unanimi, come non lo sono tra gli elettori veri o annunciati (questi ultimi peraltro assai volatili).

Ed è proprio qui che si avverte il contrasto urticante tra la sbrigatività delle affermazioni rese dai capi politici, talora condita con un linguaggio da caserma, e la sostanza di questioni che meritano un rispetto e una serietà ben diversi da questo mercato delle esternazioni (a volte corrette con malcelato imbarazzo). L’eutanasia recide volontariamente una vita vulnerabile, la prostituzione è commercio del corpo femminile (e maschile), la cannabis ha effetti certi e irreversibili sulla salute dei più giovani.

C’è la persona al centro di questi nodi sociali, sui quali la dignità umana è esposta allo snaturamento e al degrado. Rinunciare a rafforzarne la tutela, come sarebbe indispensabile, e invece scegliere la scorciatoia libertaria di dichiarare "tutto lecito" è irresponsabile almeno quanto non mostrarsi invece consapevoli della complessità dei problemi oggi aperti su ciascuno di questi fronti. E cavarsela invocando una legalizzazione sic et simpliciter, mentre si nasconde l’amara realtà sotto un’imbottitura di eufemismi, è una furbizia che coscienze ancora vigili avvertono d’istinto. Ti parlano di dignità mentre si invoca la morte per legge; di amore, ma predicandone la compravendita; di "scopi ricreativi", quando le comunità di recupero pullulano di storie che di ricreativo hanno assai poco. Vita, amore e integrità sono valori troppo importanti per essere mistificati da chi sembra più preoccupato di raccattare qualche altro consenso che del destino di una comunità.

È grande, perciò, il disagio del cittadino, credente e pensante, che rimugina espressioni frettolose e stonate, quando non volgari, spese quasi con noncuranza all’apparente scopo di marcare il proprio territorio politico su terreni che esigono tutt’altra attenzione, e questo proprio mentre l’appuntamento con la scelta elettorale si avvicina, ineludibile. Sappiamo bene, e prima ancora sentiamo nel profondo, che la sostanza specifica del voto europeo, e in particolare l’importanza di questo passaggio per il futuro della casa comune, non consentono diserzioni, scelte emotive o voti "a dispetto". Ma si avverte l’imbarazzo di poter sottoscrivere progetti politici nei quali è contemplata in diverso modo l’umiliazione della dignità umana.

È possibile invocare solidarietà e intanto esaltare la solitudine di una vita che si sente di troppo, auspicandone la fine anticipata? Ha senso promuovere la famiglia mentre si bestemmia (e si "prezza") l’amore che è la sua materia prima? E quale valore si può dare ai proclami di legalità di chi è disposto ad autorizzare la prima fonte di ingrasso della malavita sulla pelle dei ragazzi?

Contraddizioni di questa imponenza non passano inosservate: non a chi spende la vita per guarire le piaghe dell’umanità sofferente, venduta o smarrita; a chi si riconosce in un orizzonte di senso etico e religioso dove non hanno spazio l’indifferenza, il sopruso, il cinismo; a chi si attende dalla politica uno sguardo sincero e appassionato sull’uomo, e resta sconfortato quando deve prendere atto che la vita e l’amore, i giovani e la libertà, la famiglia e la salute rischiano di finire triturati dentro la macchina della superficialità.

A questo destino la coscienza si ribella. E forse, finalmente, si rende conto che non può più accontentarsi di leggere o ascoltare ostentazioni altrui di un pensiero inadeguato a questioni decisive per il destino umano. È il momento di riprendere a elaborare un pensiero forte e persuasivo, né predicatorio né nostalgico, capace di restituire una voce adeguata oggi al desiderio di bene che portiamo nel cuore. Non si parla qui di formule politiche. Questi schiaffi possono svegliare la persuasione di dover agire in prima persona anzitutto scegliendo con cura i candidati ai quali si assegna la propria fiducia, ma poi decidendo di impegnarsi davvero, là dove ognuno ne scorge la possibilità e l’urgenza. I leader – tutti – capiranno? Intanto, le persone credenti lo devono a ciò che gli è stato affidato, e le persone comunque pensanti a se stesse e alla comunità di cui sono parte.

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