mercoledì 22 marzo 2023
Stiamo costruendo sempre più identità sociali Frankenstein variamente assemblate, che chiedono alla società, alla politica e al diritto, tutele alla loro intrinseca fragilità
Domande urgenti sull'umano sotto la greve luna dell'artificio

Siciliani

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Ha ragione Giuseppe Anzani a sostenere, qui su “Avvenire”, che nel rispondere alla domanda “di chi è figlio un figlio?” oggi, con la richiesta di genitorialità di coppie omosessuali, si rischia da parte di alcuni di dare per scontata “l’ingiustizia prima” del fatto che un bambino non potrà, in questo caso, avere un padre e una madre, se non in una finzione di ruoli giocati nella coppia. E ha ragione il giurista e magistrato a constatare che a tutela del minore non resta che una prudente e saggia «giustizia del giorno dopo». Assicurare cioè una famiglia almeno «secondo il cuore» (cioè uno status sociale affettivo e giuridico di figlio) a un bambino che non poteva divenire figlio di quelle coppie “secondo il sangue”, tramite cioè una filiazione arrivata in famiglia per generazione eterosessuale, i cui “gestanti” siano stati i due genitori naturali, senza l’intervento di “parti terze”: contributi genetici altrui o soggetti terzi in senso proprio (madri surrogate, o persino, per l’atto fecondativo molto più breve, padri surrogati).

In questo caso, c’è poco da fare, se non rifarsi all’analogia adottiva, cioè affiliare il bambino al genitore naturale e renderlo adottabile dal coniuge omosessuale del genitore naturale. Quando il genitore naturale ci sia. Perché può anche darsi il caso di coppie omosessuali infeconde, che possano chiedere, tramite maternità surrogata, solo una genitorialità «secondo il cuore», cioè fondamentalmente un’adozione. Mi spingo a dire che quest’ultimo desiderio di genitorialità tutto «secondo il cuore», sia pure grazie ad artifici biotecnologici o sociali, è più moralmente lineare del paradosso di una coppia omosessuale che chiede di poter realizzare il proprio desiderio di genitorialità con grande enfasi «secondo il cuore», perché il cuore giustamente è più grande, e però non adotta bimbi già nati, e intende dare a questo desiderio familiare generativo «secondo il cuore» l’ancoraggio «secondo il sangue» della partecipazione biologica di uno dei partner. Insomma, a mio avviso, la legge nell’orizzonte della «giustizia del giorno dopo», richiamato da Anzani, dovrà lavorare in analogia a quel che accade quando, da una coppia eterosessuale che ha generato, uno dei genitori transita a una compiuta identificazione esistenziale e sociale omosessuale, o in analogia alle pratiche adottive.

Detto questo, guardando al dito della «giustizia del giorno dopo», forse varrebbe la pena guardare alla luna sotto cui si compie l’«ingiustizia del giorno prima», che un bambino non abbia programmaticamente un padre e una madre. E questa luna è grande e incombente. È la luna del dominio dell’artificio sempre più pervasivo oggi nelle nostre vite. Si badi bene: il dominio dell’artificio non è più solo ristretto all’artificialità meccanica su cui lavorano le cosiddette “Stem”, le discipline scientifiche, tecniche, ingegneristiche, matematiche, ma si è esteso all’artificialità sociale sempre più accentuata, a nuove pratiche di “costruzione” sociale e giuridica degli elementi (individui) e dei nessi (le relazioni) basici della produzione e riproduzione sociale. Due linee di sviluppo dell’artificialità che si intrecciano e si potenziano a vicenda sempre più.

La domanda una volta innaturale «di chi è figlio un figlio?» emerge sotto questa greve luna dell’artificio, che non ha nulla di romantico, ma al più di fantasy neogotiche con le loro inquietudini. Noi stiamo costruendo, e rendendo possibili sempre di più, identità sociali Frankenstein, tramite il potenziamento- estensione artificiale delle possibilità «secondo il sangue» e «secondo il cuore», le due vie lungo le quali, fin qui, abbiamo socialmente costruito l’identità sulla base della tradizione, cioè di quelle possibilità tràdite da natura e storia. “Identità Frankenstein” cui è sempre più complesso garantire i diritti della “persona”, quale fin qui siamo riusciti a costruirla e a pensarla.

Anche il nesso, tra pedofila e utero in affitto, certamente buttato in modo polemicamente sgangherato, ci dovrebbe però far riflettere sull’orizzonte di macerie del senso comune in cui ci muoviamo. Non accettiamo più, e giustamente, altari ad Antinoo ancorché eretti da Adriano, ma possiamo insieme celebrare sugli altari, perché “aiuta l’amore” di due genitori a “fare famiglia”, l’utero comunque generatore? È possibile un “progressismo” valoriale che condanna pedofilia (al cui sostegno ideologico qualche imbecille ha pur tirato fuori la grande cultura classica) e l’utero in affitto come mercificazione della donna, ma insieme chiede una franchigia merceologica per la fattura e la fatturazione di un bambino fino all’adozione facile da parte dei genitori committenti? Dove stiamo andando?

Si pensi, per ampliare il panorama lunare cui guardare, all’estensione della nostra esperienza reale ai mondi virtuali, al transito, che la dilata sempre più, dell’esperienza offline nel metaverso digitale. Al costituirsi di una vita onlife che è fattore potente di ricodifica della stessa costruzione della nostra identità “personale”. Una vita nell’onlife che rischia di essere sempre meno nostra, perché buona parte del suo software, cioè dei suoi processi di identificazione, non “girerà” più sull’hardware del nostro corpo “naturale” individuale e collettivo; ovvero «secondo il sangue» e «secondo il cuore» (la dimensione “organica” della nostra individuazione singola e collettiva). Ma girerà su un corpo costruito, manipolato e controllato dalle grandi corporazioni digitali. Che diritti potremo riconoscere a un’individualità così costruita che siano effettivamente in capo a sé stessa, e non si riducano ad utenze di forniture di possibilità di vita decise da altri? Insomma, sotto la pressione del combinato disposto di desiderio e artificio, stiamo costruendo sempre più identità sociali Frankenstein variamente assemblate, che chiedono alla società, alla politica e al diritto, tutele – per altro difficili da erogare senza che qualcuno ne paghi il prezzo, spesso i più deboli – alla loro intrinseca fragilità.

Ora la domanda è: può reggere, e a quali costi, questo scenario per l’umano quale ci è stato consegnato da un farsi dell’uomo nella “presenza” garantito dalla tradizione? Sì, dalla tradizione: da quel che gli hanno trasmesso – condizionandolo, ma anche sorreggendolo in modo esperto – millenni di evoluzione della natura (secondo il sangue) e della storia (secondo il cuore)? La domanda non è passatismo che non vuole prendere atto che l’uomo si è fatto “antiquato”, secondo una formula di Anders cara ai “postumanisti”. Pone un quesito funzionale: quale è l’efficienza evolutiva, anche in termini comparati, di questa deriva “artificialista” della nostra società? E a quali costi per l’umano come persona da essa faticosamente messo in piedi da un paio di millenni, cui non siamo ancora riusciti a garantire in modo equo e diffuso i diritti e le tutele che per questo “vecchio” umano eravamo riusciti a pensare?

C'è un luogo dove ci si possa fermare tutti a porsi queste domande, senza inquinare le cose da pensare con la vista corta del desiderio irriflessivo, dell’ideologia, della rendita macabra degli interessi economici, e della loro distorta “rappresentanza” sociale e politica?

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