«Disprezza i poliziotti? Insegni a Scampìa». Coerenti e testimoni per educare
mercoledì 7 marzo 2018

Caro Avvenire,

scrivo giusto per trasmettere una riflessione sugli eventuali provvedimenti disciplinari che verranno presi nei confronti dell’insegnante di Torino che si è resa protagonista di invettive nei confronti delle forze dell’ordine. Mi sono semplicemente chiesto se il licenziamento in tronco sia veramente la cosa più giusta da adottare con questa insegnante, e mi è venuto in mente che forse si potrebbe pensare a un’altra soluzione forse più educativa, secondo il modello scout, e mi spiego. Forse si potrebbe proporre all’insegnante un’alternativa al licenziamento in tronco: il trasferimento immediato in una scuola di una zona altamente disagiata, con situazioni sociali critiche, con alto rischio per la gioventù di essere arruolata nelle bande di criminali; il trasferimento in una bella scuola elementare, a Scampia, per esempio, forse così la Nostra potrebbe avere l’occasione, se lo vuole, di fare del bene verso ragazzi che vivono in condizioni sociali difficili, e nello stesso tempo imparare ad apprezzare il lavoro che le forze dell’ordine fanno in quei luoghi con tutte le difficoltà e soprattutto i rischi che corrono quotidianamente.

Vedo il semplice licenziamento solo come una punizione. Si dia, invece, un’opportunità per migliorare l’ambiente in cui si vive e quindi migliorarsi. Il semplice licenziamento, secondo me, provocherebbe solo altra rabbia e risentimento in questa persona, e non è ciò di cui la società ha bisogno. Baden Powell, grande educatore e fondatore dello scautismo, suggeriva di dare la responsabilità della cassa di squadriglia proprio al ragazzino che aveva la reputazione di ladro...

Antonio De Luca


Sono arrivate diverse lettere sulla vicenda della maestra ripresa in un video nell’atto di urlare agli agenti «Dovete morire!», durante una manifestazione di piazza contro “Casa Pound”. La donna è ora indagata dalla Procura di Torino per istigazione a delinquere, oltraggio a pubblico ufficiale e minacce, oltre a essere oggetto di un provvedimento disciplinare del ministero dell’Istruzione. La lettera di Antonio De Luca è la più propositiva: niente licenziamento secco, proponiamo invece come alternativa a quella maestra di andare a insegnare in una scuola di Scampia, o di un’altra periferia difficile. Non come punizione, ma per aiutare i ragazzi nelle condizioni più disagiate – e intanto magari imparare a apprezzare che le Forze dell’Ordine esistano, e che cerchino di fare rispettare la legge e di proteggere i più deboli proprio in quei quartieri. Non una cattiva idea: ci sono cose che si capiscono solo condividendo giorno per giorno la vita degli altri. Ma quell’inveire contro la Polizia, con tanta rabbia, da parte di una che ogni giorno ha davanti dei bambini, ha suscitato una viva reazione fra altri lettori. Perché, è evidente, c’è una contraddizione: come può educare qualcuno così carico di livore, e che nemmeno poi, a freddo, se ne pente? Una maestra non è una venditrice o una casellante: una maestra lavora sui nostri figli, quanto abbiamo di più prezioso. E non è solo un’operatrice didattica che spiega alfabeto e aritmetica: molto più importante è lo sguardo che ha, su quegli alunni. È importante che sia uno sguardo paziente, positivo, fiducioso, in una parola buono. Quella furia in piazza, «Vigliacchi, dovete morire!» verso degli sconosciuti giovani agenti, è conciliabile con un simile sguardo?

Dubitarne può essere legittimo. E anche se fosse dimostrato che le classi di quella maestra sono ottimamente preparate, si potrebbe sospettare che la signora sia competente da un punto di vista strettamente didattico; ma essere buona maestra è assai di più: è occhi, ascolto, sensibilità e capacità di voler bene. A tutti i suoi alunni. Nella trama di un’umanità generosa, e così mal conciliabile con quell’odio gridato contro degli sconosciuti, perché sono in divisa. Qualcuno, per il clamore che ha avuto la vicenda, ha gridato a una caccia alle streghe, a un eccessivo clamore attorno a una manifestante come gli altri. Che tuttavia è una educatrice, e questo è il punto fondamentale. Come ci scrive un nostro collaboratore, e insegnante, il professor Marco Pappalardo, in un brano di una sua lettera: «Gentilissima collega, ci sono tanti modi per insegnare, uno dei più efficaci è quello della testimonianza di vita, cioè di come ci comportiamo. Ogni educatore è maestro in cattedra ma lo è soprattutto fuori dalla cattedra, in tutte quelle situazioni “extra” in cui, spesso senza saperlo, i figli o gli studenti ci guardano e osservano per vedere se siamo coerenti con quanto diciamo nelle situazioni educative “ufficiali” e in loro presenza. Sono tutti quei contesti in cui i ragazzi imparano molto di più dall’adulto, nel bene o nel male, e ne comprendono l’assoluta incoerenza».

Si insegna, e questo vale per i maestri come per i genitori, molto più vivendo, testimoniando, che con le parole, per quanto sagge siano. Altrimenti, educare sarebbe una cosa facile, e basterebbero al limite degli ottimi video registrati. Educare, invece, è stare davanti ai ragazzi, tesi a riconoscere in loro, e a mostrare come in uno specchio, la bellezza unica della loro umanità. Un faticoso splendido mestiere, in cui per l’odio non c’è posto.

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