Il direttore risponde. L'importanza di un buongiorno e di costruire pace con il sorriso


Marco Tarquinio sabato 7 gennaio 2017

Caro direttore,
buongiorno e auguri per il nuovo anno a lei e a tutta la famiglia di "Avvenire", a chi ci lavora e a chi lo legge. Negli anni passati durante le feste natalizie si incontravano persone che sorridenti si facevano auguri, quest’anno – a mio avviso – ho visto dare pochi e avari auguri scambiati magari frettolosamente anche tra parenti e conoscenti. Molti uomini e donne si mostrano chiusi in se stessi con i loro problemi o con la loro indifferenza. Forse dopo tanti esempi di contrapposizioni, di volgarità, di mancanza di rispetto per gli avversari politici si è creato un clima di chiusura. Non so se sia così, certo il clima non mi pare bello. Quando papa Francesco si è affacciato per la prima volta dalla loggia di San Pietro ha scaldato la folla con un semplice "Buongiorno" che continua a ripetere ogni volta come segno di stima e di rispetto per chi ha di fronte. Per il nuovo anno un proposito potrebbe essere quello di tornare a salutarci con un sorriso. Cosa da poco, ma non di poco conto. Nel messaggio per la giornata mondiale della pace 2017 il Papa invita alla non violenza. Uno stile di vita per tutti, nelle relazioni internazionali e nell’impegno sociale e politico. Ognuno di noi può farlo suo questo invito applicandolo nei sui rapporti con il prossimo, cominciando magari con un semplice buongiorno dato con un sorriso. Un cordialissimo saluto.
Francesco Ferrari, Merate

È vero, gentile e caro amico lettore, la pace comincia sempre dal nostro modo di vivere la quotidianità. Lì si radica, da lì si irradia. Ed è altrettanto vero che anche solo «un semplice buongiorno dato con un sorriso» – e con sorriso ricevuto e contraccambiato – migliora enormemente la qualità dei rapporti umani e il nostro approccio alla giornata che ci attende, con i suoi incontri, le sue prove, i suoi esiti.
Vivo da tanti anni ormai tra Milano e Roma, e confesso che ancora faccio fatica ad abituarmi all’assenza (o all’eccezionalità) del saluto mentre vado per strada o quando entro in un luogo affollato. Sono cresciuto in una realtà – quella della "mia" Assisi – nella quale era impossibile che questo accadesse. E mia mamma, da ottima maestra quale era, mi aveva dato non solo l’abitudine, ma la ragione del saluto offerto comunque e sempre agli altri. «Mamma, ma perché mi dici che devo salutare tutti? Io certe persone grandi tanti non le conosco nemmeno...», le chiedevo. E lei: «Tu non conosci quelle persone, o credi di non conoscerle, ma loro conoscono te. Sanno chi sei, sanno chi sono i tuoi genitori, e saranno contente di avere il tuo rispetto e il tuo saluto». Non l’ho mai dimenticato. E ne sono felice. Non solamente perché, oggi, mi torna assai utile in una fase della vita in cui, a causa del mio mestiere, mi ritrovo a essere abbastanza "conosciuto" anche se non vivo più nella mia piccola e bellissima città di provincia. Ma, soprattutto, in quell’antico insegnamento materno – che riecheggia nelle sue parole, caro signor Ferrari – c’è una verità fondamentale: tutti abbiamo bisogno di essere ri-conosciuti e, dunque, salutati. E quando questo accade proviamo un senso di appagamento e di pace. Se poi il saluto e accompagnato da un sorriso... la saluto, proprio come lei si augura e augura a me e a tutti. E la ringrazio.

Marco Tarquinio

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