Continuare a includere i meritevoli per archiviare ogni tipo di meritocrazia
sabato 29 ottobre 2022

Caro direttore,

la meritocrazia, ci ricordava Bruno Trentin nel 2006, come forma originaria e ideologica di esclusione dal potere «era stata respinta come una sostituzione della formazione e dell’educazione». Queste sole possono essere assunte come criterio di riconoscimento dell’attitudine di qualsiasi lavoratore di svolgere la funzione alla quale era candidato. Già Rousseau e, con lui, Condorcet, respingevano con rigore qualsiasi criterio, diverso dalla conoscenza e dalla qualificazione specializzata, di valutazione del “valore” della persona e lo riconoscevano come una mera «espressione di un potere autoritario e discriminatorio». E tuttavia, già dalla seconda metà del Novecento, è divenuta egemone una concezione del “merito” come elargizione di un premio da parte del potere e, dunque, come esclusione sociale.

Il sociologo Michael Young ne aveva denunciato, sin dal 1958, tutti i rischi di questa deriva in The rise of meritocracy, raccontando un futuro distopico dove tutta la società si fonda su criteri meritocratici e alla fine il protagonista del libro, un sociologo meritocratico, viene ucciso in una rivolta guidata da donne, le prime a capire dove stava finendo un mondo in cui potere e ricchezza venivano distribuiti sulla base della misurazione dei quozienti intellettivi.

Le politiche degli ultimi vent’anni hanno consolidato l’ideologia neoliberale nella quale merito e mercato diventano sinonimi. La meritocrazia è diventata la parola chiave su cui orientare i processi di trasformazione della scuola collegandola al concetto di imprenditorialità. Non meraviglia, quindi, che il nuovo governo abbia deciso, dopo la cancellazione dell’aggettivo “pubblica” (una prima volta nel 2001 e quindi, stabilmente, dal 2008) di aggiungere al nome del Ministero dell’Istruzione il “merito”.

È bene però ricordare qual è il senso più profondo della scuola costituzionale partendo dall’articolo 34 quello che Piero Calamandrei definì «il più importante di tutta la Costituzione». Esso recita: «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». Il “merito” dunque, aveva un particolare significato positivo nella Carta e presupponeva una forte forma di inclusione sociale, proprio a partire dalla scuola dell’obbligo e dalle condizioni economiche di partenza. Dagli anni Sessanta grazie alla spinta di grandi movimenti sociali che contribuirono in modo determinante ad applicare la Costituzione si sono fatte strada nel Paese nuove consapevolezze pedagogiche orientate al cambiamento del mondo partendo dalla scuola: è quella che, poi, si chiamerà pedagogia democratica. Si ebbe in quegli anni uno straordinario aumento dei livelli di istruzione dei figli delle classi più svantaggiate, e le probabilità di raggiungere i livelli di apprendimento più alti cominciarono a dipendere sempre meno dal reddito delle famiglie di provenienza. Cruciale in questo riscatto fu la mobilitazione comune di studenti e operai, con questi ultimi che conquistarono le «150 ore per il diritto allo studio». Il sapere non solo per controllare il ciclo produttivo, ma per emanciparsi dalla classe di appartenenza, per apprezzare il cinema e la musica, per leggere poesie. Le 150 ore per poter suonare il clavicembalo! Tutto ciò era illuminato dall’esperienza di Barbiana e dei tanti doposcuola popolari.

Si fece aperto lo scontro con la meritocrazia tradizionale della scuola italiana e cominciarono profondi cambiamenti: questo prezioso sapere pedagogico non accettava più il mondo “così com’è” e faceva della scuola il luogo della novità possibile e necessaria. Al contrario, negli ultimi trent’anni ci siamo trovati di fronte a “riforme della scuola” orientate nella direzione opposta, quella di adeguare la scuola al mondo “così com’è”, un mondo in cui dominano la ricerca del profitto e il mercato senza regole. Ma la scuola, quella della Costituzione, deve impegnarsi a superare le diseguaglianze e non accettarle o peggio ancora, moltiplicarle. Ancora oggi valgono le considerazioni della pedagogia democratica sulla spinta di don Lorenzo Milani: se il sapere è solo quello dei libri, «chi ha tanti libri a casa sarà sempre più avanti di chi i libri non li ha mai visti».

Per far sì che nessuno resti indietro bisogna innanzitutto costruire le condizioni affinché in tutto il Paese siano garantite le stesse opportunità e gli stessi diritti: contro qualsiasi forma di autonomia regionale differenziata. Serve un investimento straordinario dello Stato in infrastrutture, organici, tempo pieno, ampliamento dell’obbligo scolastico dalla scuola dell’infanzia fino ad almeno 18 anni. Sapendo che la scuola da sola non può assolvere alla sua missione senza un grande progetto nazionale mirato a superare le differenti possibilità di investimento sulla cultura, sul sapere e sulla scuola.

Segretario generale Flc-Cgil

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