sabato 18 novembre 2017

I grandi scrittori proiettano la loro ombra contemporaneamente in due direzioni. Nell’una fanno ombra ai predecessori, nell’altra agli epigoni
Wislawa Szymborska, Come vivere in modo più confortevole


La ricerca più tenace e costante che gli uomini conducono sulla terra è la ricerca di consolazioni. È impossibile rinunciarvi, soprattutto nei momenti difficili dell’esistenza, quando il dolore del presente e l’incertezza del futuro generano la tentazione, invincibile, di costruirsi illusioni pur di non morire. Molte persone, anche grandi, interrompono il loro cammino etico e spirituale e regrediscono, perché cedono a queste terribile tentazione. Anche le organizzazioni, specialmente le Organizzazioni a movente ideale (OMI), sono profondamente tentate dalla coltivazione delle consolazioni. Spesso, di fronte all’urgenza di dover cambiare rotta con coraggio e forza, indugiano nello status quo sazi e appagati e consolati da qualche frutto che continua ad arrivare. Un errore grave e comune, che nasce dal confondere gli "interessi" del capitale narrativo di ieri con il salario del lavoro di oggi – si vive, cioè, di rendite (decrescenti) del passato ma si crede, illusi, di vivere con reddito nuovo.

È all’incrocio tra la memoria del passato, la gestione del presente e la fede nel futuro che si trova il destino di ogni comunità umana. Le radici, ad esempio, non sono il passato della pianta. Sono, a un tempo, la sua memoria, la sua vita di oggi e la sua fioritura di domani. Se, invece, si interpretano le radici soltanto come passato, scattano inevitabilmente le tipiche malattie della nostalgia, il cui primo effetto visibile è l’allontanamento dai giovani e dalla realtà del presente – i giovani fuggono via quando incontrano comunità nostalgiche con lo sguardo tutto rivolto verso l’origine. La sola nostalgia generatrice di buon presente è quella di futuro. Quando le radici sono lette come passato, scatta, quasi ineluttabile, la trasformazione in mummia del capitale narrativo dell’origine. Quando la comunità prende coscienza (nei rari casi nei quali questa giunge) dell’invecchiamento delle prime storie e della loro morte imminente, dapprima si prepara poi si attua l’evoluzione del "cadavere" in mummia, originata dal desiderio di salvare tutto ciò che è salvabile del vecchio corpo (le forme, lo sguardo, i lineamenti). Ai figli si lascia in eredità un cadavere. La mummia non fa altro che eternizzare la morte del corpo storico. È, quindi, l’opposto della sua resurrezione.

Ma le resurrezioni sono eventi rarissimi. Ci sarebbe bisogno di accogliere la morte vera, di maturare la consapevolezza collettiva che quel primo corpo, con la sua bellezza e il suo fascino infinito, non ci sarà mai più. Accettare che le nuove storie di vita saranno quelle del futuro, che faranno anche capire e "ricordare" il passato. Autentiche operazioni spirituali, tanto più difficili quanto più grande e straordinario era stato il primo capitale narrativo, quanto più "bello" fu il primo corpo storico che quindi si vuole conservare e non far morire.
E invece ogni "vangelo" si può scrivere solo a partire da una resurrezione. Senza la resurrezione di Cristo, i suoi discepoli non avrebbero scritto nulla, o avrebbero scritto qualche testo gnostico che si sarebbe aggiunto ai tanti generati in quei primi secoli del tardo impero romano (e in tutti i tempi di crisi profonda, come il nostro). Non avrebbero ricordato nello spirito il capitale narrativo delle parabole, della passione e della morte. E noi non avremmo il figliol prodigo, il buon samaritano, non sapremmo di quel grido folle, né delle altre parole risorte nel primo giorno dopo il sabato.

I primi capitali narrativi delle comunità ancora vive e generative sono i racconti della resurrezione, perché è da questi che nascono i secondi racconti dei fatti storici più antichi. I racconti capaci di generare molta vita per molto tempo non sono quelli scritti dai cronisti mentre si svolgono gli eventi. Quelle cronache muoiono insieme ai loro attori. Sono, invece, quelli scritti dal "resto" fedele che ha saputo resistere sotto le croci, sotto le macerie del tempio, negli esili, e che poi ha raccontato quei fatti di ieri illuminati dalla vita che era continuata grazie alla loro fedeltà tenace. Anche quando i racconti scritti dopo gli eventi coincidono con i racconti scritti prima, non sono mai gli stessi racconti, perché il corpo risorto non è il corpo storico. E invece l’errore più comune (perché quasi necessario) delle comunità carismatiche e ideali è pensare che il capitale narrativo sia un fatto storico compiuto, le ipsissima verba dei fondatori. Non le fanno morire veramente, e quindi non consentono loro di poter, qualche volta, risorgere veramente. Le mummie non possono risorgere. Sono morte e basta – come Donna Prassede di Manzoni, «quando si dice ch’era morta, è detto tutto».

I capitali narrativi sono capaci di futuro se vengono interpretati come un seme, e quindi come qualcosa di vivo e che, perché vivo, deve morire, e solo morendo porterà molto frutto, perché quel primo seme ne genererà altri cento, mille. Un seme vive, cresce e muore proprio perché è vivo – le cose vive sono tali perché sono mortali. Se invece il capitale narrativo di un carisma viene letto come uno scrigno contenente i gioielli di famiglia, quindi cose luccicanti e preziose ma morte, gli si impedisce di crescere, di morire, di portare frutto. Ma come possiamo imparare a risorgere? Nessuno ci può insegnare questo mestiere. Possiamo, dobbiamo però almeno evitare le finte resurrezioni. Come nella Bibbia i più acerrimi nemici dei profeti sono i falsi profeti, nelle comunità ideali i nemici mortali delle resurrezioni sono le finte resurrezioni. I profeti biblici hanno permesso autentiche resurrezioni del popolo perché hanno avuto, per vocazione, la forza infinita di dire che una prima storia era finita. Hanno reso possibile una seconda vita dopo la deportazione e la distruzione, perché non hanno negato la fine – come invece facevano sistematicamente i falsi profeti. Accettando la morte vera non hanno impedito la resurrezione vera. Gli inventori di finte resurrezioni (che sono sempre forme di falsa-profezia) impediscono le resurrezioni vere perché continuano a ripetere che il "cadavere" non è morto veramente, che è solo una morte apparente, prima o poi si risveglierà. E così propongono e inventano tecniche di rianimazione, costruiscono nuovi defibrillatori, e convincono la comunità confusa a investire le sue ultime risorse per tentare questa "resurrezione". Che non avviene, non avverrà perché non può avvenire, ma la forza ideologica di questa falsa profezia riesce a giustificare anche l’insuccesso, fino alla fine.

Un’altra finta resurrezione è nascondere il cadavere. I discepoli a Gerusalemme, a Emmaus, in Galilea, resero possibile che si compiesse il "miracolo" della resurrezione anche perché non nascosero il cadavere, che è la più comune falsa resurrezione. Ma i cadaveri non raccontano se non storie di morte, e le cose vive hanno bisogno di cose vive per continuare a vivere. A volte, paradossalmente, "l’occultamento del corpo" è favorito, inconsapevolmente, dai fondatori e da coloro che erano stati più incantati dal primo capitale narrativo. Accade quando i fondatori e la prima generazione cercano di rassicurarsi e rassicurare che il loro carisma e la loro comunità avrà un futuro. Scrivono regole dettagliatissime e chiuse, perché quel primo capitale narrativo non muoia. Invece di credere e di fidarsi dei loro "figli" e "nipoti" che avranno i loro stessi cromosomi carismatici, si stipula un contratto di assicurazione con il futuro, e gli si dice: "non devi cambiare il passato". E così la sana preoccupazione di salvare i propri ideali produce l’inevitabile invecchiamento del capitale narrativo, e la fine dell’esperienza. Impedendogli di morire gli impediscono di risorgere. In questi casi, che sono delle trappole profondissime, per salvarsi c’è bisogno di "figli" e "nipoti" – e qualche volta di "fratelli" – capaci di amare i padri andando contro la lettera delle loro raccomandazioni paterne, pur sapendo che erano state dettate dall’amore e in buona fede. Ogni "contratto con il futuro" è un nuovo occultamento del cadavere, perché un tale patto è, di fatto, l’ordine di "inizio lavori" per la realizzazione della propria mummia.

Forse la Chiesa primitiva ha vissuto qualcosa di simile. Possiamo immaginare le frasi storiche di Gesù che Pietro e altri discepoli avranno ricordato a Paolo per dimostrargli che il Vangelo era solo per i figli di Israele, per i circoncisi, non per i gentili. Ma Paolo non ha temuto i conflitti con i suoi fratelli, ha ascoltato fino in fondo la voce che gli parlava nell’anima, ha creduto più al presente che al passato, e così ha "salvato" quella prima comunità, aiutandola a risorgere, aggiungendo con il suo "carisma" nuovo capitale narrativo alla prima immensa storia, facendola ancora più immensa. Le storie e i racconti di Paolo non sono soltanto, né soprattutto, le storie e i racconti della vita storica di Cristo: sono i racconti e le parole di Paolo, che hanno servito anche i racconti della vita di Cristo venuti dopo di lui, e che forse non sarebbero arrivati, o non avrebbero avuto la forza infinita che hanno avuto e hanno, senza la fedeltà tenace di Paolo al proprio capitale narrativo diverso. Se le comunità avessero soltanto i "Pietro" non si salverebbero dall’obsolescenza del proprio capitale narrativo. L’arrivo di nuovi "Paolo" è, forse, la sola vera salvezza per le OMI. Ma noi quando siamo nel travaglio non lo possiamo sapere, lo possiamo solo sperare e pregare, e possiamo restare con le "lanterne accese" per cercare di riconoscerlo quando e se arriverà. E anche se non arrivasse, possiamo vivere bene e a lungo anche solo aspettando una speranza vera, rinunciando a consolarci con le speranze finte.

Le attese vere sono un nutrimento prezioso della vita vera. Ci sono OMI che finiscono la loro corsa perché impediscono ai Paolo di arrivare. Altre non riescono a riconoscerlo perché hanno spento le lucerne. Altre ancora perché chiamano "Paolo" il primo falso profeta di passaggio, venditore di salvezze facili a buon mercato. Le resurrezioni non sono contratti. Nessuno ci può garantire che arriveranno. Anzi, è proprio la possibilità reale che non arriveranno mai che rende vero il miracolo del loro avvento. Le resurrezioni non-false sono sempre dono, e quindi impreviste. Solo così ci sorprendono, ci lasciano senza fiato quando si compiono. Quando riconosciamo quella voce meravigliosa in chi pensavamo essere soltanto un giardiniere.

l.bruni@lumsa.it

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