Sul passar degli eletti da un partito all'altro
sabato 5 ottobre 2019

Caro direttore,
è vero che l’articolo 67 della Costituzione Italiana dice che «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Ma è altrettanto vero che l’elettore sceglie prima il partito (e il suo programma) e poi il candidato o candidati nell’ambito della lista del partito. In tal modo, ricordando l’articolo 49 della Carta stessa, «concorre a determinare con metodo democratico la politica nazionale». Ma quando un membro del Parlamento, ritenendo di aver avuto deleghe in bianco, lascia il suo partito ed entra in un altro, toglie ai suoi elettori il poter concorrere a determinare la politica nazionale secondo le loro convinzioni, e addirittura favorisce la determinazione di una politica contrastante o avversa alle loro convinzioni. Forse un chiarimento a questo fondamentale problema potrebbe iniziare se il «con metodo democratico» dell’articolo 49 fosse riferito anche alla vita interna dei partiti, come invano avevano proposto all’Assemblea Costituente gli onorevoli Costantino Mortati e Carlo Ruggiero, che furono poi costretti a ritirare il loro emendamento.
Raffele Vacca

Suggerimento saggio, caro e illustre amico, e utile nella ricerca della soluzione a un problema complesso e delicatissimo. In estrema (e non perfetta) sintesi: la libertà del parlamentare dal “vincolo di mandato” fu una risposta al fascismo e una democratica riaffermazione di una prerogativa essenziale del rappresentante dei cittadini-elettori. Non è una libertà di capovolgimento del mandato chiesto e ottenuto da questi ultimi, ma non può essere cancellata sino a fare di deputati e senatori meri esecutori di ordini del capopartito. Perciò, a mio parere, quella prevista dall’art. 67 della Costituzione resta una garanzia preziosa e attuale, e a maggior ragione in un tempo in cui da diverse parti si torna a mettere in questione persino la libertà di coscienza. Ma nessuna libertà può mai essere irresponsabile. E la via del «metodo democratico» nell’organizzazione interna di partiti e movimenti politici potrebbe davvero aiutare a bilanciare questa libertà e la giusta fedeltà a un impegno dichiarato, che è e deve restare un legame ideale, valoriale e di fiducia, non diventare una catena.


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